Sun Tzu, Cartesio e la qualità della mediazione

Giuseppe de PaloIl protrarsi dello scontro tra parte dell’avvocatura e sostenitori della risoluzione alternativa delle controversie aiuta a capire le ragioni della mediazione, e persino di quella “obbligatoria”. In primo luogo, è normale che anche la mediazione finisca in tribunale: definirne l’ambito è compito della legge, e attuarla della magistratura (a riprova del primato della giurisdizione e quindi dell’improprietà di espressioni come “privatizzazione” o, peggio ancora, “svendita” della giustizia).

La mediazione è uno strumento in più per ridurre il carico giudiziario e – cosa di cui ancora non si parla – migliorare la qualità degli accordi che risolvono le liti. Si pensi ai due possibili esiti della battaglia legale proprio sul tentativo obbligatorio di conciliazione, che spetterà alla Corte costituzionale definire. Vince il ministero: restano in vigore le norme attuali. Vincono i contrari: la mediazione torna a sparire (come in passato, in regime di volontarietà, la mediazione sarebbe pressoché inesistente). Quali gli scenari in entrambi i casi, in aggiunta alla perdurante incertezza per cittadini e imprese? Nel primo, l’avvocatura ha solo perso altro tempo e terreno rispetto agli organismi che già offrono servizi di mediazione. Nel secondo, verosimilmente il legislatore reintroduce il tentativo obbligatorio evitando presunti problemi di costituzionalità. Gli avvocati perdono ancora. Il Governo, allora, vince comunque? Non proprio. Come accade spesso in tribunale, alla sconfitta dell’uno non corrisponde una proporzionale vittoria dell’altro. La scarsa collaborazione di parte della classe forense, infatti, riduce il potenziale della mediazione. E soprattutto, se ministero e avvocatura si parlano solo nelle aule giudiziarie soluzioni qualitativamente superiori si allontanano. Lavorando assieme potrebbero invece migliorare le cose. Si pensi all’innalzamento della qualità nella formazione dei mediatori e a controlli serrati, per rassicurare chi afferma che molti organismi siano inadeguati. Per la questione della competenza territoriale, a richiedere un giustificato motivo se si chiama qualcuno in mediazione a più di tot kilometri. Infine, a raccomandare, o imporre, l’assistenza dell’avvocato quando il valore della contesa sia superiore a una certa somma.

Al pari di molti processi, quello tra Oua e Governo produrrà un risultato economicamente inefficiente: un vincitore e un vinto. La sentenza, infatti, non mira a soddisfare interessi comuni, per quanto superiori. Ecco il senso profondo del tentativo obbligatorio di conciliazione: evitare ai litiganti di entrare sempre e automaticamente nel tunnel del processo, dal quale è verosimile che usciranno con una soluzione sub-ottimale (quando non entrambi sconfitti). Inoltre, in Italia le sentenze risolvono solo il 44% delle controversie civili; più della metà delle liti si trascinano per anni prima di chiudersi con un accordo, o per abbandono. Favorire soluzioni transattive efficienti, anche grazie alla mediazione, è allora un obiettivo politico doppiamente doveroso.

Gli avvocati ritengono il Ministro responsabile dello scontro, perché rifiuterebbe ogni trattativa. Ma l’Oua, che in questa vicenda è la parte debole, avendo contro praticamente tutti, sbaglia ad avanzare richieste inesaudibili brandendo l’arma dello sciopero. Non lo dice un mediatore, ma Sun Tzu, che da un paio di millenni consiglia i generali di tutto il mondo ne L’arte della guerra. Il negoziatore esperto si preoccupa della “yesability” della propria proposta, che questa sia cioè accettabile dalla controparte. Analogamente, è sbagliato chiedere cento (il blocco totale della mediazione) per ottenere dieci (il mero rinvio), quando alleandosi con chi la pensa allo stesso modo si può ottenere molto di più, e più facilmente. Insomma, abbiamo di fronte un caso paradigmatico da mediazione: da soli, i contendenti rischiano di non accordarsi, o di farlo tardi e male.

Negoziato e mediazione non garantiscono di ottenere sempre ciò che si vuole. Due cose sono però certe: per un leader, non provarci nemmeno è un errore di cui la base potrebbe e dovrebbe chiedere conto; se invece si tratta, farlo a testa bassa produce una riposta uguale e contraria, o addirittura maggiore. Nel caso di specie, che accadrà agli altri tavoli negoziali tra avvocatura e Ministro Alfano? All’avvocato che pensa di dover essere, sempre e comunque, “uomo di guerra” giova ricordare le parole di Cartesio: co-gito, non co-mbatto, ergo sum.

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