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Negoziare coi terroristi? Mai!

Luigi Cominelli
E' ricercatore presso la Facoltà di Giurisprudenza dell’Università degli Studi di Milano, e insegna sociologia del diritto e sociologia della pubblica amministrazione presso la Facoltà di Giurisprudenza dell’Università degli Studi dell’Insubria. È autore di numerosi articoli e saggi sulla risoluzione delle dispute e di un libro sul Mediatore europeo (Giuffrè 2005). Nel 2004 è stato visiting fellow presso il Program on Negotiation - Harvard Law School e presso l’Università di Wollongong – NSW, Australia. È attualmente Segretario generale e membro del Board dell’ISA-Research Committee on Sociology of Law, nonché componente del Collegio dei docenti del R. Treves International Phd Programme in Law and Society. Tra i suoi interessi di ricerca principali vi sono la mediazione, i metodi di risoluzione alternativa delle dispute, gli ombudsman e la negoziazione.
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Negoziare con i terroristi? Negoziare con i dittatori? Mai e poi mai!Significherebbe legittimare il loro comportamento e le loro rivendicazioni. Quando il primo ministro Chamberlain si sedette al tavolo con Hitler non fermò l’aggressività  nazista e non evitò la guerra mondiale. Queste affermazioni sono molto comuni fra politici e capi di stato oggi, e questa è la ragione per cui paradossalmente “negoziare”sembra diventato nell’immaginario collettivo internazionale un segno di debolezza. Il vero problema, però, è come si negozia. Almeno questa è l’opinione di Joshua Weiss, membro del Global Negotiation Project della Harvard Law School.

I buoni negoziatori sono capaci di massimizzare e proteggere i propri interessi e al tempo stesso di trovare dei metodi per soddisfare in maniera minima quelli dei propri avversari. È proprio durante le crisi che è utile comunicare e non tagliare tutti i ponti. Senza un canale negoziale aperto, ogni malinteso o notizia infondata rischiano di provocare un’escalation. La negoziazione del resto non significa disponibilità  ad arrendersi, bensì far presente i propri interessi ed ascoltare quelli altrui. Se il disaccordo persiste, è sempre possibile andarsene.

L’esempio più chiaro di questo nel campo dei rapporti internazionali fu la crisi dei missili di Cuba del 1962. In quell’occasione, il mondo si trovò sull’orlo della catastrofe. A dispetto di quanto suggerivano i suoi consiglieri militari, il presidente americano Kennedy si rifiutò di acconsentire a un attacco preventivo e preferì optare per un blocco navale senza mai interrompere i contatti con l’Unione Sovietica. La crisi si risolse positivamente, con motivi di parziale soddisfazione per tutti i contendenti.

Oggi, dopo l’interruzione dei negoziati, la Corea del Nord ha riavviato il suo programma nucleare. Anche questa sfida rappresenta in realtà  un messaggio. Quando la comunicazione diretta si interrompe, l’unico modo per far comprendere i propri interessi è agire unilateralmente. In questo caso le possibilità  di malinteso però si moltiplicano. La Corea del Nord, come si sa, è da lungo tempo isolata e non ha una potenza tale da attrarre facilmente l’attenzione. I colloqui o negoziati con la Corea porterebbero sicuramente alla luce i problemi che stanno dietro alla provocazione nucleare (status internazionale, problemi economici, rischio di carestia, crisi energetica).

Un negoziato aperto e su un piano di parità  con la comunità  internazionale potrebbe risolvere diversi problemi e scongiurare il rischio di comportamenti rischiosi per la pace internazionale. Basterebbe solo pensare un pò più spesso che negoziare non è da deboli e che sedersi insieme al tavolo negoziale è un premio per le cattive azioni.

Luigi Cominelli

Da: Why Has Negotiation Gotten a Bad Name?, di Joshua N. Weiss, www.mediate.com

 

 

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