Mediazione internazionale nei conflitti umanitari


 


Il numero del 5 luglio dell’Economist dedica un ampio servizio all’operato delle associazioni non governative che si occupano di risoluzione pacifica dei conflitti umanitari. Da anni queste associazioni svolgono dietro le quinte un’opera fondamentale per districare alcuni dei conflitti più intricati che le armi tradizionali della diplomazia non riescono a sciogliere.

Nel 2007, lo stallo politico verificatosi dopo le elezioni in Kenya getta il paese nella violenza, portandolo sull’orlo di una guerra civile. Kofi Annan viene chiamato a mediare tra le due fazioni in lotta, ma il suo autorevole intervento non sortisce quasi nessun effetto. Annan tuttavia isola i rappresentanti delle due fazioni in una località  segreta e con l’aiuto di un gruppo di mediatori del semi-sconosciuto Centre for Humanitarian Dialogue (CHD) raggiunge un accordo che entro poche settimane porterà  a un governo di unità  nazionale.

Durante la mediazione, gli esperti del CHD forniscono ad Annan suggerimenti tattici su quando portare le parti in conflitto fuori dal caos politico della capitale, e su quando coinvolgere e informare i media. Il testo finale dell’accordo viene steso immediatamente e preparato per essere divulgato senza esitazione.

Questi mediatori operano in maniera rapida ed elastica, senza essere portatori di interessi o di ostacoli politici, come accade invece con le organizzazioni internazionali di tipo istituzionale. Il primo celebre intervento del CHD ha riguardato lo scontro tra il gruppo irredentista della provincia indonesiana di Aceh e il governo nazionale, che non era disposto ad accettare la mediazione delle Nazioni Unite a causa dell’intervento a Timor Est. Anche in Nepal, il CHD è riuscito a instaurare i primi contatti tra i ribelli maoisti e il governo nepalese: entrambe le parti erano disposte a negoziare, ma non volevano ammetterlo pubblicamente davanti ai propri sostenitori. Quest’anno in Tibet si sono tenute regolari elezioni.

Attualmente il CHD sta tentando di riunire i gruppi di ribelli del Darfur in un unico interlocutore per negoziare con il governo sudanese. Altre organizzazioni non governative come il Conflicts Forum sono impegnati nella mediazione tra i gruppi islamici estremisti (ad esempio Hamas e gli Hezbollah) e i governi occidentali.

La natura dei conflitti internazionali negli ultimi anni è molto cambiata, ed è dunque diverso anche il tipo di mediatori richiesti. Anche se le Nazioni Unite forniscono un buon forum per la soluzione delle controversie internazionali, il crescente numero dei conflitti tra fazioni politiche o gruppi etnici e religiosi all’interno degli stati ha richiesto l’ideazione di nuove modalità  di intervento. Questi conflitti coinvolgono gruppi di rivoltosi contro un governo nazionale, o gruppi indigeni contro le multinazionali che estraggono petrolio o minerali. Una recente ricerca mostra che i conflitti di tipo umanitario risolti negli ultimi 15 anni sono stati superati grazie a una vittoria militare solo nell’8% dei casi, mentre nel 92% dei casi si sono conclusi grazie a un negoziato.

Il lavoro di questi mediatori tuttavia è nella maggior parte dei casi logorante e noioso. I conflitti possono trascinarsi per anni, e trasformare il negoziato in un susseguirsi di tattiche di logoramento. Anche questo lavoro comunque è utile, perchè costruisce un insieme di conoscenze e di fiducia tra le parti in conflitto che sono difficilmente replicabili. Il lavoro del mediatore spesso è quello di assicurarsi che gli aspetti logistici siano curati: prenotare la sala per un meeting o le stanze degli inviati, assicurandosi che non siano state piazzate delle microspie, o fare in modo che alcuni soggetti definiti dall’avversario come “terroristi”possano viaggiare senza problemi fino al luogo dell’incontro. Alcuni paesi neutrali che spesso organizzano questi incontri, come la Norvegia e la Svizzera, sono tra i maggiori finanziatori del CHD, e non sono quindi vincolati alle convenzioni internazionali che impediscono a tali soggetti pericolosi di viaggiare sul loro territorio.
Da The discreete charms of the international go-between, The Economist, 5 luglio 2008.
 


 


 

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