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In favore della mediazione (e del tentativo obbligatorio), tra diritto e realtà

Giuseppe De Palo e Leonardo D'Urso


Giuseppe De Palo

Giuseppe De Palo è co-fondatore e Presidente di ADR Center, prima società accreditata dal Ministero della Giustizia, che nel 2007 l’ha iscritta al n. 1 del registro degli organismi deputati a gestire tentativi di conciliazione. Giuseppe De Palo è tra i più esperti mediatori in Italia, nonché titolare della cattedra di Diritto e pratica dell’ADR presso il Dispute Resolution Institute della Hamline University School of Law (St. Paul, USA). Dal 2003 è responsabile di diversi progetti finanziati da organismi internazionali come Banca Mondiale, Banca Interamericana di Sviluppo e Commissione europea volti a promuovere la mediazione in tutto il mondo. Recentemente ha condotto ADR Center alla vittoria di due progetti europei per la formazione di giudici e avvocati in 26 paesi europei.Il prof. De Palo è autore e co-autore di numerose pubblicazioni in italiano, inglese, francese e turco. Le più recenti includono: “Il ruolo dell’avvocato nella mediazione” edito da Giuffrè; “Venturing Beyond the classroom”, coautore con Christopher Honeyman e James Coben; “Manuale del Mediatore Professionista”, co-autore con Leonardo D’Urso edito da Giuffrè (2010); “Rethinking Negotiation Teaching”, co-autore con C. Honeyman e J. Coben, DRI Press, Saint Paul, Minnesota, (2009)

Leonardo D'Urso
E' mediatore professionista e co-fondatore di ADR Center, prima società accreditata dal Ministero della Giustizia, che nel 2007 l’ha iscritta al n. 1 del registro degli organismi deputati a gestire tentativi di conciliazione. Negli ultimi dieci anni è stato nominato mediatore di numerose controversie nel campo societario e commerciale di valore medio superiore al milione di euro, sia in Italia che all'estero. È esperto nella realizzazione di Conflict Management Systems (CMS) per grandi aziende. È iscritto all'Ordine dei dottori commercialisti e nell'elenco dei conciliatori tenuto presso il Ministero della Giustizia per la materia societaria, bancaria e finanziaria.

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Immaginate che basti qualche linea di febbre per essere ricoverati in ospedale, in forza del diritto costituzionale alla salute. I costi della sanità andrebbero alle stelle e gli ospedali collasserebbero ugualmente. E se poi si scoprisse che il 50% dei ricoverati, dopo aver occupato per giorni un prezioso posto letto, guarisce senza bisogno del medico? Ovvio, se si trattava solo di una febbriciattola. Che la giustizia civile sia al collasso, e che denari per rimetterla in salute non vi siano, è un fatto noto come le conseguenze devastanti sul sistema Italia. Poco conosciuto è invece il fatto che meno della metà delle cause civili giunge a sentenza; più della metà, e per la precisione il 56%, si risolve con un accordo tra i litiganti o l’abbandono del danneggiato. In altre parole, la risoluzione alternativa delle controversie (“Alternative Dispute Resolution”) è da sempre parte integrante della nostra giustizia civile. È possibile anticipare, e rendere e meno costoso, questo “naturale” meccanismo che porterà più di 2,8 milioni di giudizi civili (dei 5,6 pendenti) a chiudersi, ma solo tra molti anni, senza bisogno dell’intervento del giudice? Con il D.lgs. 28/2010 il legislatore si è prefisso di fare proprio questo: contribuire ad accorciare il “ciclo di vita” delle controversie civili.

 Da qualche giorno chi voglia fare causa in talune materie, prima di adire il magistrato, deve tentare di risolvere la lite presso uno degli organismi accreditati dal Ministero della Giustizia. Parte dell’avvocatura è sulle barricate, ritenendo la “mediazione obbligatoria” contraria alla Costituzione, poiché limiterebbe l’accesso alla giustizia. Falliti sino ad ora i tentativi di bloccare la mediazione in Parlamento, l’Organismo unitario dell’avvocatura (Oua) ha adito la via giudiziaria rivolgendosi al TAR del Lazio e minacciando una valanga di ricorsi alla Consulta. Questi avvocati, mediaticamente scatenati, non si dicono contrari alla mediazione; chiedono solo tempo e talune modifiche volte a non emarginare gli avvocati, e in particolare l’abolizione dell’obbligatorietà del tentativo di conciliazione.

 C’è da sperare che le istituzioni non smantellino l’impianto della mediazione disegnato dal D.lgs. 28/2010, obbligatorietà inclusa. Il perché è nei dati, incontestabili, degli ultimi 18 anni: la mediazione volontaria è utilizzata solo eccezionalmente. Lo dimostra anche l’esperienza degli ultimi 12 mesi: il D.Lgs, 28/2010 è in vigore da marzo 2010, ma non se n’era accorto quasi nessuno. Con l’obbligatorietà, non si fa che parlare di mediazione, e anche gli organismi di più recente costituzione cominciano finalmente a produrre risultati.

 Spetta alla politica incentivare, e se non basta imporre, comportamenti utili all’individuo e alla società. Si pensi al divieto di fumo, o all’obbligo di indossare caschi e cinture, di assicurare le automobili e così via. In tutti questi casi, oltre a quello personale è in gioco un superiore interesse pubblico. Nel caso del tentativo obbligatorio di conciliazione, l’interesse superiore è la funzionalità della giurisdizione. Continuare ad abusarne, opponendosi a un “filtro” come la mediazione, significa volerla uccidere definitivamente. Allo stesso modo, chiedere di edulcorare la disciplina della mediazione si tradurrebbe nel suo azzeramento.

 Esiste un diritto costituzionale alla salute, e quello di accedere alla giustizia: il primo non significa diritto al ricovero; il secondo non implica la facoltà di adire immediatamente, sempre e comunque, il magistrato. Questi, al contrario, deve essere nelle condizioni di potersi dedicare alle questioni più importanti, e a quelle che le parti non sono state in grado di risolvere da sole, o con l’aiuto di un bravo mediatore.

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