giovedì, Dicembre 1, 2022

Il portale di riferimento sulla risoluzione alternativa delle controversie

Nr. 1 - Registro organismi di mediazione Ministero della Giustizia

Home Articoli Il paradosso della formazione: chi più ne ha bisogno, meno la usa

Il paradosso della formazione: chi più ne ha bisogno, meno la usa

Avvocato civilista, esperto di diritto dell’informatica e dell’ICT, con particolare riguardo alla protezione dei dati personali nei sistemi informatici e non. Ha difatti svolto attività come esperto nel settore "Computer Crimes" nell'ambito del Master di Diritto, Economia e Tecnologie Informatiche, organizzato dalla Scuola di Specializzazione in Diritto Civile dell'Università degli Studi di Camerino. Ha tenuto diversi corsi di aggiornamento a pubblici dipendenti di Amministrazioni Regionali sul protocollo informatico ed e-government. Docente di ADR Center nei corsi in materia di risoluzione alternativa delle controversie, negoziazione, conciliazione e arbitrato.

Quell’ammasso vagamente gelatinoso e piuttosto grasso che ci portiamo dentro la scatola cranica sa essere piuttosto pigro e tende talvolta a dare spiegazioni un po’ frettolose e raffazzonate ai quesiti con i quali più o meno consapevolmente lo stressiamo ogni giorno.

Tutti sappiamo di aver superato da un pezzo la terza rivoluzione industriale, di vivere nella società dell’informazione e della conoscenza, gestendo quotidianamente una mole impressionante di informazioni: eppure ancora oggi si possono facilmente trovare professionsiti che non sembrano comprenderne la ricaduta all’interno delle proprie attività

E’ forse colpa dei neuroni di commercialisti o avvocati?

Forse, specie se non hanno avuto la fortuna o la capacità di imparare a conoscerli. La storia, dunque, comincerebbe piuttosto lontano, poiché quello che un professionisti non fa oggi è dovuto a come la sua materia grigia e bianca si sono sviluppate. Tralasciando – per ragioni di spazio – l’impatto dei geni ed i problemi di attaccamento, sarà sufficiente concentrarsi sulla famiglia in cui sono vissuti, all’educazione che hanno (o non hanno) ricevuto, ai maestri e professori che hanno avuto, all’esperienze che hanno fatto, almeno fino ai 18 anni. Fino a questa età il cervello è più aperto e disponibile all’apprendimento; certo la plasticità non si perde mai, ma direi che esiste anche una gioventù dei neuroni, quindi quello che fai da giovane non lo fai a 50 anni, o almeno non con la stessa facilità.

In sostanza si tratta solo di allenamento alla consapevolezza, altrimenti si rischia il classico autoinganno, consentendo al cervello di raccontandoci solo la storia più semplice e credibile che il nostro apparato neuronale riesce a inventarsi.

La formazione? Non serve a niente

Questa è una delle storie che va per la maggiore. E in certo senso non è che il sia del tutto sbagliata: chi per svariati anni abbia fatto diversi corsi di formazione, pagato diversi formatori senza notare il cambiamento  sperato che dovrebbe pensare?

E se costui parla con un collega che ha fatto una simile esperienza è ovvio che la convinzione di rafforza e alla fine diviene una credenza. Una di quelle robe potentissime in grado di orientare i nostri comportamenti. Quando un’opinione, un’idea, una convinzione raggiunge il livello di credenza, è fatta: al cervello non serve altro. Sulla base di quello a cui crede, prende delle decisioni ed agisce di conseguenza: se credo che lo zenzero faccia bene alla salute (perché me lo ha detto un amico, l’ho letto su una rivista e poi su Facebook o Google), il gioco è fatto.

Potrei invece chiedermi se c’è un’altra possibile spiegazione. Ma questo è appunto il muscolo che va allenato.. E se non lo faccio, passo la vita a costruirmi – talvolta un po’ random.. – delle credenze che alla fine mi definiscono come persona, ma che tutto sommato io non ho scelto, almeno non al 100%. Se invece il mio collega mi avesse detto che la formazione, per lui è stata utile? Direte che è difficile? Forse, specie se ci interfacciamo con persone simili a noi, che hanno fatto esperienze simili alle nostre e che, come noi, invece, non hanno fatto altre esperienze.

E’ più importante quello che sappiamo o quello che non sappiamo?

Se il nostro cervello è stato allenato a credere di sapere quello che è importante, siamo fregati. Prima lo diceva Socrate, ora lo confermano le neuroscienze: il dubbio è fondamentale. Se non ne avete, dovreste imparare a farveli venire: vivrete peggio, con minor senso di sicurezza, ma con maggior consapevolezza e contatto con la realtà.

Se fosse importante, l’avrei dovuto già sapere

E si, “abbiamo fatto sempre così, perché dovrei cambiare?” è una delle credenze più potenti. E castranti.

Vivere nell’incertezza, destabilizza, mette ansia, richiede capacità di gestire le proprie emozioni; ergo, è molto meglio vivere in una bolla di “apparente” certezza. Ovvio, tutto quello che nella bolla non ci può stare, va escluso.

Se non alleniamo il cervello strategicamente e consapevolmente, lui, sia allena da solo, ma a caso. Così, allenamento, dopo allenamento, diventa sempre più forte e capace di gestire la fatica senza apparente sforzo: quando si raggiunge il livello di abitudine (di pensiero) un altro gioco è fatto. Guidare la macchina oggi è un gioco da ragazzi e ripensare alle difficoltà che avevamo a gestire contemporaneamente freno, frizione, cambio, acceleratore, indicatore di direzione, guardando nel contempo in ogni dove, ci sembra quasi incredibile. Qualcuno dice che occorrano circa 10.000 ore di ripetizione per far diventare un movimento automatico: vale per gli sportivi che ripetono sino alla noia il gesto atletico, sino a farlo diventare perfetto o per i musicisti che di certo non scomodano la corteccia cerebrale quando suonano una manciata di semibiscrome in un solo secondo (se lo dovessero fare, non ci riuscirebbero).

Molti allenano il proprio cervello con i pensieri che gli adulti gli hanno innestato quando erano piccoli e più il pensiero diventa ricorrente, più diventa forte e difficile da cambiare: se un giovane laureato ha visto il proprio maestro o dominus fare (o non fare) un qualcosa o sente raccontare storie a riguardo, si convince e crede che il mondo vada in un’unica direzione e che non ci sia nessuna necessità di cambiarla, perché ha la prova (l’esperienza diretta o indiretta) che sino ad oggi quel modo di fare ha funzionato.

Appunto, sino ad oggi; ma che garanzie esistono che funzioni per domani? O dopodomani o peggio ancora tra due, cinque o dieci anni?

Come ricorda Taleb, potremmo aver fatto centinaia, migliaia o milioni di esperienze positive, ma  nessuna di queste potrà mai escluderne una negativa. Sta tutto ancora un volta nell’immaginare, ritenere plausibile, un’altra spiegazione.

Purtroppo chi non si allena a pensare in questo senso è poi quello che non sopravvive e non può andare in giro a dire di aver sbagliato. Il pensiero “abbiamo sempre fatto così..”  infatti produce fallimenti, chiusure, liquidazioni e blocca, di conseguenza la comunicazione.

Okay, ma c’è troppa roba da sapere

Anche questa storia non è del tutto errata, anzi. In Italia ci sono centinaia di migliaia di provvedimenti legislativi e star dietro a tutto è virtualmente impossibile.

La formazione obbligatoria, va fatta perché – appunto – è obbligatoria, ed è tanta e poi (vedi sopra) non serve a nulla: gli incidenti sul lavoro, ad esempio, purtroppo continuano a verificarsi e dopo la legge 81/2008 non è che siano diminuiti.

C’è qualcosa che non va

La fregatura è che pure il cervello del legislatore è in realtà solo un ammasso di cervelli umani (e nemmeno sempre gli stessi..) ergo soffre degli stessi problemi, cambia solo il contenuto della credenza: crede che per risolvere i problemi basti fare una legge e prevedere (nemmeno comminare..) una sanzione.

E allora? La soluzione si chiama “priorità”: dovrei capire prima di tutto la dimensione temporale. Certamente non posso far acquisire tutte le competenze nello stesso momento e se lo facessi, diventerei io la prima ragione del fallimento, essendomi dato un’orizzonte irrealizzabile. Se non posso fare 10 corsi di formazione in un anno, potrei farli in 3 anni (in 2 o in 4..). Stabilito questo, mi dovrei chiedere con cosa iniziare, ossia con il corso più importante: che a sua volta è una credenza. .

Forse alla fine, la cosa più importante sarebbe fare un bel corso sulle credenze: lo dovremmo fare noi, insieme a tutti i nostri collaboratori e dopo averlo fatto, elaborare un modo per portare quelle nuove conoscenze nella quotidianità della vita professionale, sino a farle diventare delle nuove abitudini. Non è semplice, non è immediato, ma crea organizzazioni resilienti e anti-fragili.

Fate vobis. Altrimenti continueranno ad agire – per voi – le vostre credenze.

1 Commento

  1. incredibile che in Italia ex art 11, Comma 2, della legge 247/2012, è prevista l’esenzione dall’obbligo formativo per gli avvocati dopo che abbiano svolto 25 anni di attività professionale o dopo il compimento del sessantesimo anno di età!! l’UIA nel 2013 ha approvato i Principles & Guidelines on Continued Legal Education Programmes (CLE) che stabiliscono, tra l’altro, che la formazione continua “should be a lifelong learning duty of all lawyers”.
    https://www.uianet.org/en/actions/principles-guidelines-continued-legal-education-programmes-cle

Commenta

inserisci un comento
Inserisci qui il tuo nome