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Chi si scusa non si accusa

Enrico Maria Caroli
Avvocato presso il foro di Roma, presta la propria attività giudiziale e stragiudiziale nel settore del diritto civile ed è specializzato in materia di responsabilità professionale e diritto delle assicurazioni. Collaboratore della cattedra di Diritto Commerciale presso l’Università degli Studi di Cassino; ha di recente preso parte alla redazione del “Commentario breve al Codice Civile” Alpa - Zatti, Cedam. Ha partecipato alla edizione 2004 del corso Making and Saving Deals al termine del quale ha ottenuto la scholarship presso il Dispute Resolution Center della Hamline University di Saint Paul.
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L’esperienza del navigato conciliatore californiano Jeff Kicharen ci testimonia ancora una volta di quanto sia importante l’atteggiamento delle parti per il successo della conciliazione.

Solo un clima positivo e realmente collaborativo è in grado di esaltare le potenzialità  degli strumenti alternativi alla giustizia ordinaria. Questo in sostanza il pensiero di Kicharen, espresso in un recente articolo (Apology in Mediation: Sorry To Say, It’s Much Overrated).

Ma in che cosa consiste questo atteggiamento positivo, e come può bilanciarsi con la legittima rivendicazione degli interessi contrapposti delle parti? Occorre anzitutto chiarire che essere aperti e cooperativi nei confronti della controparte non pregiudica la nostra posizione. Al contrario, una condotta improntata al rispetto delle pretese altrui, oltre ad incrementare le probabilità  di raggiungere l’accordo risulta decisiva per la bontà  dell’accordo stesso.

Sulla base di queste considerazioni può rivelarsi meno provocatoria e per niente suicida la strategia che Kicharen suggerisce agli avvocati e alle parti nelle procedure conciliativa: perchè non iniziare l’incontro riconoscendo i propri errori e manifestando alla controparte il proprio dispiacere per la situazione che si è creata?

Riconoscere i propri errori e scusarsene non è certamente esercizio semplice, tanto più in una sede che seppure diversa dall’aula di un tribunale rimane istituzionalmente deputata allo scontro e alla rivendicazione degli interessi contrapposti.

In una conciliazione per un episodio di negligenza professionale, il medico può iniziare la sua testimonianza affermando che è dispiaciuto per il fatto che l’operazione abbia avuto un esito diverso da quello sperato. In un caso di licenziamento, il datore potrebbe mostrare il suo dispiacere perchè il suo ex dipendente non ha ancora trovato un nuovo lavoro, tralasciando per il momento il merito della controversia. Queste dichiarazioni molto semplici, che non rappresentano certo un’ammissione di responsabilità , instaurano un clima rassicurante, grazie al quale l’interlocutore si sentirà  apprezzato ed ascoltato, e a sua volta ascolterà  le richieste della controparte.

C’è una ragione semplice per la quale è così raro assistere a delle scuse sentite e sincere, in un giudizio o in una conciliazione così come in ogni altra situazione della vita. Pochissimi sono in grado di ammettere che hanno fatto qualcosa di sbagliato.

L’esperienza di Kicharen in migliaia di conciliazioni ci conferma proprio questo. Neppure nei casi di negligenza meno grave è facile ascoltare un’ammissione di colpa e delle scuse. Del resto, in molte conciliazioni le scuse non verrebbero credute, perchè le si riterrebbe solo uno stratagemma per ammorbidire la controparte. La sincerità  può anche essere sfruttata opportunisticamente, ma se il conciliatore fa bene il suo lavoro questo rischio è ridotto al minimo.

Per porgere delle scuse sentite dobbiamo far sentire che rispettiamo la controparte e apprezziamo i suoi sforzi. Cerchiamo di arrivare in orario, portiamo le persone giuste, vestiamoci in maniera rispettosa, ascoltiamo con attenzione e scusiamoci in maniera non convenzionale. Non è necessario che ci autoflagelliamo. Se non cogliamo questa opportunità  anche la conciliazione apparentemente più semplice può finire in un disastro. Se la cogliamo il successo non è garantito ma le possibilità  certamente aumentano.

Enrico Maria Caroli

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