Mala fede contrattuale e danni punitivi

La Corte Suprema della California ha dato un nuovo incentivo alla correttezza nelle relazioni d’affari sentenziando che gli inadempimenti contrattuali dovuti a mala fede possano essere sanzionati anche con lo strumento dei danni punitivi.

 

Nel caso di specie, la Robinson Helicopter Co. aveva stipulato con la Dana Corp. di Toledo, nell’Ohio, un contratto per la fornitura di frizioni di sicurezza per i propri elicotteri ed aveva poi convenuto in giudizio la stessa Dana accusandola di avere dolosamente occultato che tali frizioni non rispondevano agli standards imposti dalle normative vigenti, affermando, anzi, espressamente il contrario.

 

Con la decisione 6-1 dello scorso dicembre, la Corte ha condannato la Dana Corp. di Toledo nell’Ohio, a corrispondere alla Robinson Helicopter Co. 1,5 milioni di dollari a titolo di danni compensativi e 6 milioni di dollari a titolo di danni punitivi: la maggioranza dei giurati ha ritento che la condanna ai danni punitivi fosse possibile perchè la condotta fraudolenta della Dana concretava un comportamento attivo ulteriore e più grave rispetto al mero inadempimento contrattuale.

 

L’anno prima, la Corte d’Appello di Los Angeles aveva negato che potessero essere riconosciuti a favore della Robinson danni punitivi argomentando che, dato che nessuno degli elicotteri aveva avuto incidenti, una condanna in tal senso sarebbe stata contraria alle vigenti regole sulla soccombenza nei rapporti commerciali, in base alle quali i danni punitivi in caso di inadempimento contrattuale sono ammessi solo quando tale inadempimento abbia cagionato danni alle persone.

La Corte Suprema, cassando tale pronuncia, ha affermato che tali regole sulla soccombenza non sono d’ostacolo alle richieste di risarcimento, se queste hanno causa autonoma rispetto all’inadempimento sottostante.

 

Come ha scritto il giudice Janice Rogers Brown, se la Dana non avesse falsamente dichiarato la conformità  delle frizioni ai requisiti richiesti, la Robinson non n’avrebbe accettato la fornitura e non le avrebbe usate, come invece ha fatto per molti anni e, conseguentemente, non avrebbe neppure dovuto sopportare i costi delle indagini sul loro malfunzionamento; accogliere la domanda di danni punitivi della Robinson in un caso del genere serve a disincentivare le prassi fraudolente e ad incoraggiare l’uso, negli affari, di correttezza e trasparenza.

 

Non sono mancate critiche alla decisione della Corte, anche da parte dei suoi stessi giudici. Il giudice Kathryn Mickle Werdegar, per esempio, ha accusato la giuria di aver prescritto “una cura peggiore del male”ed ha sottolineato come le regole sulla soccombenza nei rapporti commerciali siano state predisposte per limitare la responsabilità  nelle attività  tra imprenditori nelle quali, involontariamente, una parte si ritrovi ad essere inadempiente e non, invece, per mettere una taglia su coloro che, dolosamente, dichiarano il falso e mettono a repentaglio le persone. Per queste ragioni, il giudice si è trovato d’accordo con quanto affermato dagli avvocati della Dana, secondo i quali ammettere i danni puntivi in casi di questo genere significa minare alla base la possibilità  di calcolare il rischio nei contratti commerciali.

 

La preoccupazione che una sentenza del genere possa aprire una sorta di vaso di Padora è stata, però, minimizzata da molti. Tra loro figura anche Horowitz, il quale ha espressamente detto che le probabilità  che si verifichi uno scenario come quello paventato dalla Werdegar sono incredibilmente remote, stante le difficoltà  di attuazione che, nella pratica, incontra l’onere probatorio della mala fede.

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