\”Class Actions\”: ultime dall’America e non solo

Un grande dibattito ha accompagnato l’emanazione del Class Action Fairness Act, provvedimento con il quale si è inteso limitare lo straripante fenomeno delle class actions.

 

 

Differenti i commenti che si sono succeduti.

 

Tutti comunque concordi nel ritenere che si sia trattato di un intervento marcatamente politico a tutela delle grandi società , sempre più minacciate dai continui risarcimenti miliardari.

 

Proprio mentre negli USA le class actions non sembrano avere vita facile, il fenomeno comincia a prendere forma in Europa. In particolare, in Italia è allo studio del Parlamento il disegno legge n. 3058, in Gran Bretagna e Svezia si registrano i primi procedimenti. Si sta pensando addirittura ad un sistema europeo di protezione dei consumatori.

 

 

In Francia, le associazioni dei consumatori hanno indotto il governo a considerare la possibilità  di introdurre all’interno dell\’ordinamento procedimenti simili alla class action statunitense.

 

Tutto nasce dalla condanna inflitta alla maggiore compagnia nazionale di telefonia mobile, la SFR, per il risarcimento dei danni provocati ai propri clienti, a causa dell\’ingiustificato aumento delle tariffe. La società  condannata ha però rifiutato di risarcire chi non aveva partecipato direttamente al processo. Da qui, la richiesta dello strumento delle class actions.

 

 

Negli Stati Uniti, una recente pronuncia della Suprema Corte del Nord Dakota, nel caso Tennis Strand v. US National Bank Association, ha stabilito la legittimità  delle clausole contrattuali che proibiscono il ricorso a procedimenti di class action e class arbitration quando queste implichino una restrizione esclusivamente procedurale e non ledano il diritto sostanziale del soggetto ad agire.

 

Nella fattispecie, il correntista della US Bank, Tennis Strand, ha promosso una class action contro il proprio istituto di credito, lamentando l’illiceità  delle elevate spese di gestione del conto corrente. La Corte distrettuale ha negato la certificazione della classe, a causa di una clausola contrattuale che esclude il ricorso alla class action.

 

 

Richiesta di pronunciarsi sulla questione, La Suprema Corte ha escluso la vessatorietà  della clausola, ritenendo che l’illegittimità  sia opponibile solo quando il contraente debole non ha a disposizione altri “rimedi legali”per far valere il proprio diritto. Pertanto, in assenza di una lesione del diritto sostanziale ad agire, la clausola è da ritenersi pienamente legittima ed efficace.

 

 

Inoltre, ha proseguito la Suprema Corte, il correntista Strand è tutelato da un’altra specifica clausola che prevede che, in caso di controversie con i propri clienti, la banca anticipa le spese per l’arbitrato. Così, la Corte ha respinto le ulteriori censure del correntista che, non potendo usufruire dei vantaggi economici della class action, lamentava un aggravamento del proprio diritto di difesa.

 

 

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