La mediazione da remoto: tracce di esperienza sul campo

 Il Covid prima e, sulla scia, la “Riforma Cartabia” (art. 8ter, d.lgs. n. 28/ 2010, nel testo post-correttivo in vigore) hanno rappresentato la svolta epocale nelle modalità di svolgimento degli incontri di mediazione.

 Quel che prima era impensabile, oggi è realtà nella stragrande maggioranza dei casi: l’incontro con modalità audiovisive da remoto.

I sistemi operativi si sono moltiplicati e, anche dal cellulare, basta un link, una videocamera ed un fono in/out per poter discutere di ogni questione nel rispetto della “… contestuale, effettiva e reciproca udibilità e visibilità delle persone collegate …”, unico vero requisito richiesto dalla legge (co. 2, art. 8ter cit.).

Se le prime mediazioni da remoto avevano un momento (per così dire) drammatico nella fase di avvio: collegamento instabile, videocamere schermate da tendine nascoste, difficile coordinamento nelle autorizzazioni degli apparati (bluetooth, cuffie, altoparlanti esterni – casse interne, volume involontariamente azzerato etc.); col tempo ci si incontra ormai con tranquillità e sicurezza da studio (la modalità più efficiente, comoda e preferita), da casa, dall’auto e persino, a volte, dai corridoi delle aule di giustizia.

L’importanza della inquadratura

Un tema, invece, ancora sottovalutato è quello della inquadratura.

Ed infatti non vi è sufficiente consapevolezza del fatto che l’inquadratura non è un qualcosa di ingovernabile, dettato solo e soltanto dalla macchina (ad esempio: il notebook inclinato sul tavolo troppo vicino al soggetto, che inquadra mezzo volto in basso e per il resto il soffitto!), ma deve essere ed è una scelta comunicativa importante.

Il primo piano, il mezzo busto, il campo lungo nella sala riunioni non sono opzioni neutre, prive di significato e da subire passivamente: mostrano ciascuno un diverso modo di porsi e quindi di comunicare.

Il primo piano a schermo intero suggerisce un approccio più intenso di chi vorrebbe addirittura “entrare” quasi fisicamente nella discussione (“metterci direttamente la faccia” direbbe la saggezza popolare), mentre il campo lungo col maxischermo nella sala riunioni, col soggetto lontano a capo del tavolo grande, suggerisce un impatto più neutro e distaccato.

E il mezzobusto dietro la scrivania (magari con la libreria giuridica alle spalle) finisce per essere una scelta intermedia, di sicura disponibilità, ma più cauta, attenta e controllata.

Inoltre l’opzione offre al mediatore l’opportunità di presentarsi e di impostare il rapporto con gli interlocutori di volta in volta in linea con le proprie caratteristiche e/o con le caratteristiche della questione da trattare: il che non è cosa da poco (“chi ben comincia …”).

E, viceversa, il mediatore e gli altri protagonisti possono avere da subito una prima ed immediata impressione del “con chi si ha a che fare”.

Peraltro è noto che vedere sullo sfondo la porta della stanza chiusa rafforza inconsapevolmente il senso di sicurezza circa il rispetto della riservatezza del colloquio e tranquillizza … e così via con mille altre possibili sfumature.

Lo schieramento davanti alla telecamera e il controluce

Densa di significato è altresì la materiale collocazione delle persone: è intuitivo come diverso sia il messaggio del legale che si colloca davanti alla parte seduta un po’ più indietro in seconda linea rispetto al caso in cui la parte è accomodata a lato o magari addirittura collegata separatamente dal proprio ufficio o da casa.

Ancora ostico è invece il tema del controluce.

Troppo spesso, infatti, il sole, una finestra non schermata, una luce o un impianto di illuminazione alle spalle di chi parla, finiscono per mostrarne sul video il solo profilo.

Una comunicazione “Famiglia Addams style”, una figura tutta in nero “hard dark”, della quale non si vede quel che più interessa e cioè il volto.

 Non si riesce a “guardarsi negli occhi”, che – come è noto – altro non sono che lo specchio dell’anima e che tanta importanza ha nella comunicazione, quale che sia la modalità.

Soprattutto in mediazione, nella quale le emozioni ed il metagiuridico hanno un ruolo così rilevante (la presenza personale della parte è prevista per legge proprio per questo!).

In proposito, l’esperienza suggerisce di porre molta attenzione ai propri ed altrui gesti involontari, soprattutto se si tratta di primi piani full screen e/o di maxischermi da sala riunioni.

Un volto che di norma non supera i 25-30 centimetri, sui 65 pollici della sala riunioni arriva ad assumere la dimensione di un metro e più ed il gesto inconsapevole (un’espressione, un tic, un movimento involontario, guardare il telefono sottobanco, scambiarsi un cenno o un segnale col collega …), così enfatizzato, si carica di contenuti addirittura più intensi rispetto a ciò che accade in presenza, dall’altra parte del tavolo (a un metro/ un metro e mezzo di distanza) e che può facilmente sfuggire o non essere nemmeno percepito.

Parlare uno alla volta

Molto utile, invece, è il rigoroso rispetto della regola del “parlare uno alla volta quando viene data la parola”.

Oltre ad incanalare la discussione su un binario di reciproco rispetto, che stempera gli eccessi di emotività e di autoreferenzialità, l’intervento “uno alla volta” consente innanzitutto alle parti di “sentirsi”, base fondamentale della costruzione/ ri-costruzione del dialogo.

Se ci si sente, ci si ascolta, id est: l’udito innesca l’intelletto e si passa al secondo e più elevato step della comunicazione.

Poi, se ci si ascolta, è più facile che ci si capisca e che si comprenda meglio ciò che l’altro dice, il contenuto vero della sua posizione.

Comprendere la tesi dell’altro non implica essere automaticamente d’accordo (come troppe volte, anche inconsapevolmente, viene da pensare), ma si può valutare al meglio e con più consapevolezza se e quali siano i punti critici, in che misura ciò che è emerso sia vero o non vero, sino a che punto si possa aderire o dissentire, se e cosa e come replicare.

Insomma, l’essere (quasi) costretti a sentirsi, limitando le sovrapposizioni, le interruzioni ed il divagare (il tutto senza alzare troppo la voce!), concentrandosi sui temi essenziali ed esprimendosi con toni e termini più pacati, ragionati e sobri, consente di “mettere al meglio le cose essenziali ciascuna al punto giusto”, spianando così la strada verso la ricerca della possibile soluzione win- win. 

Sentire, ascoltarsi e comprendere per poter infine valutare al meglio.

Il falso mito della alternatività dei sistemi

Resta da sfatare la leggenda metropolitana della alternatività tra incontro in presenza ed incontro da remoto.

L’una (l’audiovideo) non esclude affatto l’altra (la presenza fisica), ma si aggiunge ad essa: se prima si aveva solo uno strumento di comunicazione, con l’audiovideo se ne hanno due e si raddoppiano le possibilità ed i canali di dialogo.

Nella realtà delle stanze di mediazione accade spesso che una procedura avviata in presenza prosegua con incontri da remoto, o viceversa, a seconda nelle necessità, delle preferenze e/o delle specifiche contingenze, cambiando di volta in volta modalità.

Ne guadagnano la flessibilità, l’efficienza, l’agilità, la tempestività, l’immediatezza della trattativa, senza che nulla vada perso sul piano della intensità, dell’emozione e della costruttività dello scambio.

E sarà quindi più facile trovare l’accordo (come provano le statistiche sul lento, ma costante aumento delle partecipazioni e degli esiti positivi) ovvero, nel caso di esito negativo, approcciarsi al futuro giudizio in modo più consapevole e focalizzato sulle vere questioni di fatto e di diritto, sfrondate dalle inutili discussioni sul pacifico, sull’inessenziale e sull’irrilevante.

Andrea ZANELLO

Manuele MICOCCI

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