14.10.2025 Il linguaggio in mediazione: pillole di esperienza concreta

La parola alle parti

Un’attiva e vivace partecipazione personale delle parti rappresenta di norma l’elemento decisivo della mediazione, perché consente di lavorare la lite sul più ampio orizzonte degli interessi e del metagiuridico.

Nelle aule della giustizia civile la presenza fisica dell’interessato non è vista con troppo favore (l’interrogatorio libero del rito del lavoro è un caso abbastanza particolare) e si sa che in quella sede ciò che si dichiara a proprio favore conta poco o nulla, mentre “una virgola” di segno contrario (sfuggita magari senza volerlo) fa scattare immediatamente la confessione, il riconoscimento, l’ammissione e così via.

In mediazione, invece, le parti non solo possono, ma devono parlare, con la saggia ed equilibrata regia del mediatore, volta a regolare nel giusto modo, caso per caso, emotività, spontaneità, autoreferenzialità, estremismi, esagerazioni, sottovalutazioni, incomprensioni ed equivoci.

Con la garanzia che mentre nel giudizio il detto resta e rileva per la decisione, in mediazione non si verbalizza alcunché (a parte le presenze e l’esito), nel rigoroso rispetto dei principi di riservatezza e di inutilizzabilità in giudizio delle dichiarazioni rese e delle informazioni acquisite (art. 9, co. 1 e all’art. 10, co. 1, d. lgs. n. 28/ 2010).

Nel caso di mancato accordo e conseguente causa, il giudice dovrà solo sapere (oltre al minimo indispensabile: parti, oggetto e ragioni della pretesa, convocazioni regolari) chi c’era e chi non c’era: nulla di quanto è successo, tantomeno di quel che si è detto.

Il linguaggio

L’obbligatorietà dell’assistenza legale (ove prevista) garantisce il rispetto della legge, ma è evidente che il linguaggio tecnico- giuridico degli atti di causa si vede restringere in mediazione lo spazio in favore della lingua parlata, del “volgare” di letteraria memoria, dell’uso comune, del “cerchiamo di capirci”.

In questa logica il mediatore finisce quindi per ricorrere spesso a metafore e ad esempi, utili per una più immediata trasmissione del messaggio e per facilitarne la comprensione presso soggetti che non sono operatori del diritto ed assai spesso sono ben lontani dalla terminologia e dalle formule dell’”avvocatese”: l’episodio di Renzo Tramaglino, di manzoniana memoria, ancora insegna!

Spiegare a Renzo il ruolo e la funzione del mediatore

Qualche esempio pratico, dettato dalla esperienza sul campo, chiarisce bene il concetto.

Recita l’art. 1 del d. lgs. n. 28/ 2010 che la mediazione è l’attività svolta da un terzo imparziale, privo di poteri decisionali e della facoltà di rendere giudizi o decisioni vincolanti, finalizzata ad assistere due o più soggetti nella ricerca di un accordo amichevole.

E’ ben vero che i legali hanno già informato le parti, ma per il mediatore è utile ritornare sull’argomento, non foss’altro per verificare se si è davvero tutti e da subito “sulla stessa linea d’onda”.

Orbene, in quest’ambito è stato facile spiegare la figura del terzo imparziale ai non tecnici (tra i tanti possibili) in questo modo: il mediatore è colui che raccoglie in sé il triplice ruolo di Grillo Parlante, di Vigile del Fuoco e di catalizzatore di energie e risorse.

Il Grillo Parlante

Il “Grillo Parlante” è colui che dice la verità, specie quella più sgradevole e/o sgradita (i due concetti non collimano del tutto), anche se è destinato, come il personaggio di Collodi, a subirne le conseguenze (il metaforico lancio della scarpa).

Però, diversamente dall’insetto antropomorfo e da Cassandra, non è destinato a rimanere inascoltato, perché, ascoltandolo, spesso la questione si avvia verso la agognata soluzione.

A cominciare da quando il “Grillo” fa brutalmente “i conti in tasca” alle parti: “ma lo sapete che tre gradi di giudizio comportano un investimento complessivo mediamente di almeno 20- 25.000 €., con un non irrilevante margine oggettivo di aleatorietà, su un arco temporale di 7-10 anni?”.

I legali hanno già formulato il preventivo di massima, ma sentirselo dire (“a muso duro” o in termini più complici, distaccati e soft) da un terzo imparziale fa sempre un altro effetto (“Allora è proprio vero quello che mi diceva l’avvocato!”).

E’ il famoso “bagno di realtà”, sul quale insistono i formatori e che consente di riportare le parti “sulla terra” a ragionare concretamente su più convenienti percorsi da intraprendere.

Il Vigile del Fuoco

Nel contempo opera anche il “Vigile del Fuoco”, con “litri d’acqua” sugli eccessi di emotività, sugli scatti d’ira, sulle esagerazioni verbali, sulle autoreferenzialità (colui cui basta “dire un qualcosa”, senza preoccuparsi minimamente se il messaggio è arrivato e cioè se l’altro ha sentito/ capito/ ascoltato), sulle troppo spesso pretestuose e devianti “questioni di principio”, destinate inevitabilmente a sgonfiarsi quando si osserva: “… abbiamo capito, allora parliamo di soldi!”.

Col risultato di far emergere il nocciolo delle questioni e riportare la lite nell’alveo naturale del contrasto di interessi, come tale più agevolmente affrontabile con saggio distacco.

A dire il vero, a volte succede il contrario e cioè che sia utile provocare, pur gestendolo, lo sfogo emotivo, al più o meno dichiarato fine di “scaricare l’accumulo di elettricità” e poter ricominciare a parlarsi e a ragionare, più liberi e leggeri, con maggior calma e serenità: ma si tratta di casi rari.

Il catalizzatore

Infine il terzo ruolo è quello del “catalizzatore” delle disordinate energie che gravitano nel campo magnetico della lite.

Forze (emotive, economiche, di creatività, di intelligenza, di vitalità) destinate a disperdersi nel nulla o ad esaurirsi in direzioni diverse, contrastanti, eccentriche, confliggenti, senza vantaggio per nessuno.

Il mediatore è colui che le mette in ordine, ciascuna per il proprio verso, sfoltisce quelle che si annullano, cancella o recupera quelle che si disperdono, le regola, le direziona, le convoglia a seconda del loro “carico” prevalente e le veicola sulla strada della ricerca della soluzione nella certezza che in questo modo molto spesso si arriverà al traguardo.

Il mediatore velocizza la reazione, crea sinergia, promuove la joint venture, quell’impresa congiunta in cui si risolve l’impegno per individuare la soluzione win-win.

Conclusioni

L’esperienza sul campo suggerisce che un approccio linguistico semplificato funziona, perché incanala da subito il rapporto su binari di immediatezza, franchezza, sincerità, informalità, concentrazione immediata sui focal points.

Soprattutto se si inserisce in un contesto friendly: l’ambiente accogliente con servizi a disposizione (ad esempio: internet, schermi, telefoni, stampanti e copiatrici; gestionale efficiente; segreteria e staff; ma anche location curata e caramelle!); la puntualità del mediatore che si fa trovare “già lì”; le attenzioni nel saluto e nelle presentazioni; la distribuzione (mai casuale) dei posti intorno al tavolo, preferibilmente rotondo (a marcare la differenza con lo scranno tribunalizio e le distanze tra giudice, legali e parti) o comunque, nel caso di tavoli rettangolari, l’attenta gestione del posto di capotavola, che deve essere ed apparire come la materializzazione non di un primus, ma di un par inter pares.

E’ nota l’importanza nella sfera emotiva, nell’inconscio e nell’inconsapevole del primo approccio: se funziona l’innesco, la mediazione parte bene.

In altri termini e per farsi capire dal Sig. Tramaglino di turno: chi ben comincia … con tutto quel che ne consegue!

Andrea ZANELLO
Elise COLLIE

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