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27 giugno 2011

Una Best Practice per ridurre i tempi della giustizia civile

di Leonardo D'Urso
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Best PracticePer dare una scossa alla competitività del sistema Italia e guadagnare posizioni dall’80° posto in cui il nostro Paese è inchiodato nella classifica del Doing Business, punto di riferimento degli investitori internazionali, occorrono riforme con un impatto immediato e risultati misurabili in 6-12 mesi. Il rapporto redatto annualmente dalla Banca Mondiale  (www.doingbusiness.org) prende in considerazione la media di nove indicatori caratteristici del ciclo di vita di una impresa: dalla facilità nell’aprire un’azienda, all’ottenimento del credito, fino alla rapidità delle procedure fallimentari. Come noto, tra i nove indicatori, la posizione di gran lunga peggiore, l’Italia la fa registrare nella classifica che misura il recupero di un credito per via giudiziale (Enforcing Contracts), in cui si attesta al 157° posto. Senza reinventare la ruota e tirare ad indovinare, l’analisi dei Paesi ai vertici della classifica di ciascun indicatore fornisce utili suggerimenti di Best Practices, come il ricorso all’Alternative Dispute Resolution. Ovvero il tentativo obbligatorio di conciliazione che l’Italia ha recentemente adottato con il plauso convinto del Commissario alla Giustizia della Commissione europea Viviane Reding.

Per comprendere l’importanza di questa significativa riforma che contribuirà a ridurre drasticamente i tempi della giustizia civile, a costo zero per lo Stato, occorre analizzare qualche dato. Il confronto con gli altri Paesi evidenzia senza tema di smentita che il motivo principale della lentezza della giustizia civile in Italia è l’altissimo numero di cause iscritte a ruolo ogni anno, in un trend sempre crescente: 4,3 milioni nel 2007, 4,6 milioni nel 2008 e 5 milioni nel 2009. Di queste cause, solo il 44% arriva a sentenza. Il resto intasa inutilmente il lavoro dei magistrati, in quanto transatto o abbandonato. A fronte di questo enorme “input”, la produttività dei nostri magistrati è tra le più alte d’Europa. Ovviamente ampi margini di miglioramento sono sempre possibili grazie, ad esempio, alla digitalizzazione, alla chiusura dei tribunali minori e alle sentenze brevi. Queste soluzioni però non andrebbero minimamente ad intaccare l’altissimo numero di cause che ogni anno approdano in tribunale. Questa anomalia tutta italiana è generata dalla combinazione letale di due fattori.

Il primo, la presenza sopra la media di un gran numero di “clienti” del sistema giustizia (sia litiganti che consulenti) e di leggi da rispettare. Max Weber sosteneva che in una società molto regolamentata, come è diventata l’Italia, aumentano i conflitti. Poco importa, poi, capire se il bisogno di tanti avvocati sia dovuto all’alta litigiosità degli italiani o al contrario la presenza di tanti avvocati faccia diventare litigiosi gli italiani. E’ come risolvere il dilemma dell’uovo e della gallina. Sappiamo solo che questo fattore è inamovibile nel breve periodo.

Il secondo fattore è il bassissimo costo che lo Stato richiede sia all’inizio che al termine del processo, anche quando questo è stato chiaramente abusato dalla parte soccombente per scopi dilatori. Provarci conviene sempre e si rischia poco. Il rapporto Doing Business rileva che il costo del servizio giustizia (il contributo unificato) in Italia è tra i meno cari: il 2,9% del valore del contenzioso. Quasi la metà della Germania e dell’Olanda. La recente introduzione del contributo unificato nell’opposizione alle multe (prima non vi era alcun costo) ha infatti ridotto drasticamente le cause davanti al giudice di pace. Oltre ad avvicinare il contributo unificato alla media europea, bisognerebbe eliminare la prassi della compensazione delle spese, inserendo meccanismi automatici che addossino al soccombente le spese di giudizio e le parcelle dei legali di controparte. Chi vuole far causa o resistere a scopi dilatori, ci penserà due volte. Contemporaneamente, il mantenimento del patto di quota lite (con tetti massimi prestabiliti) è determinante per dare la possibilità ai meno abbienti di poter iniziare agevolmente un giudizio.

L’accesso alla giustizia come ricorso indiscriminato al magistrato, causato dalla combinazione dei due fattori descritti, ha prodotto il risultato esattamente opposto al diritto di cittadini e imprese di avere giustizia. Al contrario, l’introduzione della conciliazione crea ulteriori spazi per la risoluzione delle liti in modo che ogni conflitto non si trasformi necessariamente in una causa. Non occorre ridurre né i conflitti né i suoi principali attori (obiettivo irrealistico), ma semplicemente coadiuvare il lavoro dei tribunali aggiungendo un ulteriore e diverso luogo per la soluzione dello scontro. In tribunali meno ingolfati i magistrati giudicheranno più velocemente le liti inconciliabili.

Nei primi tre mesi i risultati dell’introduzione della mediazione obbligatoria sono molto incoraggianti. Il numero di mediazioni cresce giorno dopo giorno, il 70% degli incontri si chiude con un accordo e le iscrizioni a ruolo nei tribunali stanno diminuendo in maniera significativa. Per il pieno successo di questa riforma, però, il ruolo dei magistrati e degli avvocati è decisivo. Non a caso l’Unione europea ha recentemente cofinanziato due progetti di formazione in mediazione per giudici e avvocati in tutti gli Stati Membri (Lawyers in ADR e Judges in ADR). Per smaltire l’enorme arretrato, i magistrati possono utilizzare un nuovo strumento (l’art. 5.2 del D.Lgs. 28/10) che permette loro, dopo aver valutato lo stato della causa e il comportamento delle parti, di invitare i litiganti in mediazione. Gli avvocati possono continuare ad assistere i loro clienti in mediazione e non solo nei tribunali, nonostante la comprensibile resistenza al cambiamento che accompagna ogni innovazione. La mediazione delle liti civili è solo all’inizio del suo percorso e  rappresenta un esempio significativo di quelle Best Practices di forte impatto necessarie in Italia.

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