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9 ottobre 2002

Responsabilità  d’impresa e risoluzione alternativa delle controversie

di De Palo, G. - Bernardini, P.
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Al mondo della finanza e degli investimenti appartengono, per tradizione, valori quali il profitto, il rendimento, l’interesse. Al suo interno tuttavia si va sempre più diffondendo una nuova cultura intesa a promuovere tipologie d’investimento rispondenti a principi tipicamente etici, che soddisfino cioè requisiti di responsabilità  sociale ed ambientale.

Nel volume edito di recente “L’Euro Solidale” (EMI, 1998), gli autori Elisa Baldassone e Marco Ghiberti hanno elaborato un sorta di manifesto della finanza etica, secondo cui l’investimento etico si distingue da quello tradizionale perchè:

1) ritiene che il credito, in tutte le sue forme, sia un diritto umano
2) considera l’efficienza una componente della responsabilità  etica
3) non ritiene legittimo l’arricchimento basato sul solo possesso e scambio di denaro
4) è trasparente
5) prevede la partecipazione alle scelte importanti dell’impresa non solo da parte dei soci ma anche dei risparmiatori
6) ha come criteri di riferimento, per gli impieghi, la responsabilità  sociale e ambientale 7) richiede un’adesione globale e coerente da parte del gestore che ne orienta tutta l’attività

I principi in questione non richiamano espressamente il tema delle modalità  seguite dall'”impresa” etica per gestire le controversie legali, interne ed esterne, in cui possa trovarsi coinvolta. Nè viene fatto riferimento alle procedure di risoluzione alternativa delle controversie, o procedure di ADR (acronimo dell’inglese “Alternative Dispute Resolution”), ove il conciliatore, un professionista neutrale privo di potere decisionale, aiuta le parti a trovare una soluzione negoziata della lite soddisfacente per entrambe. Nonostante l’assenza di un esplicito richiamo all’ADR, è tuttavia importante osservare come le procedure di risoluzione alternativa delle controversie appaiano sotto molteplici aspetti sintoniche con i principi di finanza etica.

Il primo collegamento è senz’altro con il principio di efficienza. Il ricorso alla conciliazione stragiudiziale professionale è infatti in grado di ridurre significativamente la perdita di produttività  di un’ impresa derivante dal tempo sprecato dal personale di ogni livello nella gestione del contenzioso (il passato) e dalla conseguente distrazione da altre opportunità  di affari (il futuro).

Meno appariscente, ma non per questo meno forte, è poi il collegamento tra le procedure di ADR ed il principio della partecipazione allargata alle scelti importanti dell’impresa etica. La ricerca di soluzioni mutuamente soddisfacenti alle liti, fine primario di ogni procedura di ADR, presuppone infatti il coinvolgimento immediato e diretto di tutti i protagonisti di una vertenza: dai litiganti ai loro consulenti legali, sino agli “influenzatori”, più o meno diretti, della decisione relativa all’eventuale chiusura di un contenzioso. La ADR punta sull’attivazione tempestiva di tutti i protagonisti di una lite,
indipendentemente dal loro legame tecnico-giuridico con le parti o la materia del contendere. Al contrario, specie per via dell’elevato tecnicismo che lo caratterizza, il processo civile si limita al coinvolgimento delle sole parti ad esso legittimate, escludendo così altre persone il cui contributo potrebbe essere determinante ai fini del raggiungimento di una soluzione.

Infine è importante rimarcare il collegamento tra la ADR ed il principio di responsabilità  sociale ed ambientale. Le forme di soluzione alternativa delle controversie permettono, in senso non solamente metaforico, di preservare (e talvolta persino migliorare) l’ambiente sociale, puntando sul tentativo di mantenere in vita le relazioni professionali ed economiche tra le parti. È tutto il contrario di quanto fa il processo giurisdizionale o arbitrale che, nell’assegnare drasticamente torto e ragione, finisce fatalmente per interrompere ogni forma di relazione o collaborazione presente e futura tra le parti. In secondo luogo, il ricorso alla conciliazione stragiudiziale professionale è in grado di ridurre significativamente i costi legali di un’impresa, la quale può investire parte dei risparmi così ottenuti in opere di maggiore utilità  sociale.

Una famosa vicenda – la lite tra la casa giapponese Mitsubishi e l’EEOC (l’organismo che negli Stati Uniti si occupa di promuovere le pari opportunità  nel lavoro) – può servire ad illustrare questa valenza potenzialmente formidabile del ricorso all’ADR. Tra Mitsubishi ed EEOC sembrava inevitabile lo scontro in tribunale, non avendo la casa nipponica dato alcun seguito alle numerose accuse di molestie sessuali avanzate dalle dipendenti dello stabilimento di Normal, nell’Illinois. Grazie all’intervento di un conciliatore professionista la vicenda si è potuta chiudere però in tempi rapidi, a costi contenuti e con un risultato socialmente rilevante. Difatti, come parte dell’accordo solutivo, Mitsubishi s’impegnò a adottare una politica di “zero tolerance” nei confronti di ogni discriminazione sul lavoro che risulta tuttora essere molto più forte di quanto richiesto dalle leggi statali e federali in materia di tutela contro le discriminazioni sul lavoro.

In conclusione, non può escludersi che la riflessione sulla valenza sociale delle procedure di ADR, che non a caso formano attualmente oggetto di interventi normativi in sede nazionale e comunitaria, porti presto all’elaborazione di un nuovo principio di finanza etica del seguente tenore: “La finanza eticamente orientata s’impegna a valutare sempre la possibilità  di risolvere le controversie interne od esterne all’azienda in modo conforme agli interessi, sia privati sia collettivi, delle parti e della società  nel suo insieme”.

(Giuseppe De Palo, Paola Bernardini)

Già  pubblicato sul sito di Eticare, portale dedicato agli argomenti di finanza etica, in data 24 giugno 2002

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