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30 maggio 2011

Quando gli iceberg s’incontrano

di Giampaolo Muntoni
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Quante persone ci sono intorno al tavolo della mediazione? Di solito cinque, si dirà: il mediatore, due parti e due avvocati. Al massimo si può considerare qualche figura che ha influenza sulle decisioni delle parti, un coniuge o un amico consigliere. Chiunque è disposto ad ammettere che le dinamiche psicologiche in un gruppetto del genere sono abbastanza complicate, delicate e dunque rischiose. Ma se intorno al tavolo ci fosse addirittura una folla brulicante? C’è da far tremare le vene ai polsi  eppure è proprio quel che accade, anche se noi crediamo che si tratti di un incontro fra un piccolo numero di persone. E avere a che fare con una folla rende la situazione molto più intricata.

Mi spiego con una metafora. Avete presente un iceberg? La montagnola di ghiaccio che emerge e che ci appare è soltanto un nono della sua consistenza complessiva, mentre la parte enormemente più grande è quella che sta sotto e non si vede.  Lo stesso accade con ognuno di noi. La persona che compare intorno al nostro tavolo è la punta dell’iceberg emergente, la parte visibile. Ma dietro c’è una enorme massa di vissuti e di esperienze, la parte nascosta dell’iceberg, tutta una vita che l’ha portata ad essere come è quel giorno alla mediazione. Questo perché la mente ha una struttura collettiva e la dimensione gruppale è connaturata alla vita psichica di ogni soggetto. L’essere umano cresce in una struttura relazionale che si costituisce e diventa sempre più complessa attraverso una molteplicità di identificazioni e introiezioni di rapporti significativi (i genitori, lo zio che ci piaceva tanto da bambini, il compagno di scuola che consideravamo un modello o quello che ci “bullizzava” e così via con una miriade di relazioni). Già Freud nel 1921 scriveva che ogni individuo è un elemento costitutivo di molte masse e aggiungeva che ognuno, tramite il procedimento dell’identificazione, è “soggetto a legami multilaterali e ha edificato il proprio ideale dell’Io in base ai modelli più diversi. Ogni singolo è quindi partecipe di molte anime collettive(…) e al di sopra di queste, può sollevarsi fino a un minimo di autonomia e originalità”.

A questo punto, a parte il ridimensionamento delle nostre grandiose pretese di originalità, possiamo comprendere che ogni persona è in realtà una persona-gruppo e che l’essere umano di fronte a noi è solo la punta di un iceberg che sotto la superficie nasconde migliaia di intrecci relazionali e di personaggi interiori che sempre sono vivi e parlanti. Naturalmente questo vale per noi quanto per i nostri interlocutori. Insomma, quelle che si incontrano in mediazione non sono le cinque visibili punte di iceberg ma cinque montagne di vissuti sommersi. Sviluppare la empatia fra i protagonisti della mediazione richiede dunque la capacità di mettere in comunicazione positiva e proficua la folla pullulante di tanti personaggi visibili e invisibili che sono realmente, non solo teoricamente, presenti e attivi nella seduta.

Adesso propongo un’altra metafora suggestiva, quella del concerto sinfonico. Quando gli orchestrali arrivano in palcoscenico e cominciano a maneggiare i loro strumenti si sentono suoni stridenti e cacofonici. Poi progressivamente i musicisti accordano e prendono un’intonazione comune. Accordarsi, entrare in sintonia richiede orecchie tese e reciprocamente attentissime e, ancora, solo questo ascolto attentissimo e reciproco permette l’esecuzione armoniosa di una sinfonia sotto la guida del direttore.

Anche nella mediazione il direttore deve avere un ascolto concentratissimo e sensibilissimo perché deve sopperire pure alle carenze di ascolto fra gli orchestrali-litiganti. Deve dunque essere in grado di intendere per tutti, anche quando hanno le orecchie difettose, e riuscire a recuperare e tradurre in musica ascoltabile per gli altri pure quelle espressioni stonate di qualcuno che rischiano di provocare dissonanze pericolose.

Ci vuole certamente molta abilità perché si tratta di manovrare a volte entro “spazi” ristrettissimi, stando attenti a non urtare la suscettibilità di una parte ed evitando contemporaneamente di urtare quella dell’altra. Penso a situazioni del genere: “È inutile che Lei adesso cerchi di addolcire quello che io ho detto con grande chiarezza e che intendo letteralmente ribadire”; oppure: “Non giriamo intorno al problema, le mie condizioni sono molto precise e non siamo qui per perdere tempo”.

Innanzitutto teniamo ben presente che questi antipatici modi di esprimersi hanno le radici nella gruppalità interiore di chi ci parla e dunque non sono indirizzati realmente a noi e al nostro impegno, ma sono rivolti a ciò che noi rappresentiamo per il parlante, in quel momento e alla stregua delle relazioni con certi suoi personaggi interiori. Con questa consapevolezza eviteremo di rimanere contagiati e ingaggiati in dinamiche reattive di tonalità aggressiva. Quindi, avendo mantenuto un animo sgombro, cercheremo di intuire con quale tipo di personaggio interiore abitante nella psiche dell’interlocutore, nella sua parte sommersa di iceberg, possiamo metterci in contatto, sperando di individuare qualche filo di collegamento da tirare per ottenere un cambio di registro relazionale. L’ottimismo della volontà ci dice che qualche personaggio positivo e qualche relazione buona ci devono pur essere stati fra le sue esperienze. Sta alla intuizione e sensibilità personale del mediatore, talvolta alla fortuna, riuscire ad “infilare” il canale relazionale e comunicativo adatto a individuare, recuperare e riattualizzare quel clima di vissuti positivi, creando così la possibilità di far nascere la comprensione e l’empatia necessarie per fare passi avanti nel dialogo negoziale.

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