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29 aprile 2011

Mediatore: istruzioni per l’uso

di Enrico Maria Caroli
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Mediatore - istruzioni per l’uso La mediazione è un potente veicolo per risolvere i conflitti e modificare le prospettive in materia di risoluzione delle controversie. Si tratta di un settore in continua evoluzione che presenta tuttavia alcune regole base. L’autodeterminazione è sicuramente il principio fondamentale. È necessario cioè che il processo di mediazione sia basato sulla capacità delle parti di raggiungere volontariamente un accordo. Il compito del mediatore, quale parte neutrale e imparziale, deve quindi limitarsi a facilitare le parti nella ricerca delle pedine di scambio con le quali negoziare. Gli interrogativi sul ruolo esatto del mediatore e su quali siano i requisiti richiesti per poter svolgere tale attività possono condurre a pareri discordanti, tuttavia è indubbio che alla base non debba mancare una buona formazione, che sottintende una adeguata preparazione a livello teorico e pratico. Il primo passo richiesto per diventare mediatori è la frequentazione di un corso base di 50 ore, che comprende giochi di ruolo e sessioni interattive, nonché le informazioni essenziali in materia di risoluzione delle controversie. Il passo successivo è quello di studiare l’attività di mediatori esperti. L’osservazione è un elemento chiave per migliorare la capacità di mediazione, per cui analizzare il lavoro di altri mediatori, di recente formazione o più esperti, si rivela spesso assai efficace. Parte della formazione pratica comporta un uditorato iniziale, nel quale è prevista la collaborazione con un altro mediatore, periodo che permette all’aspirante mediatore di fare esperienza e di conoscere tutti gli strumenti di cui può disporre durante l’attività di mediazione. Ci sono diversi tipi di approccio alla mediazione a seconda del quale l’attività del mediatore è classificata in tre distinte categorie:

1) l’approccio cd. facilitativo, in cui il mediatore principalmente aiuta le parti a comunicare tra loro, agevolando il dibattito;

2) l’approccio cd. valutativo, quando c’è la necessita di fornire alle parti in causa alcuni strumenti per poterle mettere in condizione di giungere ad un accordo;

3) l’approccio cd. trasformativo, che si concentra più sulla reattività interpersonale e l’interazione costruttiva (che può essere particolarmente utile in situazioni in cui le parti hanno un rapporto continuativo).

La bravura del mediatore si misura proprio con la sensibilità nell’interpretare il tipo di ruolo che la specifica  situazione richiede, per cui all’aspirante mediatore si richiede di avere una buona familiarità con le diverse forme di approccio, comprendendo i punti di forza e di debolezza di ciascuno. Una volta che i requisiti di formazione e la certificazione sono stati ottenuti, ai nuovi mediatori può risultare utile specializzarsi in un determinato settore, partecipando a corsi di formazione e workshop inerenti aree particolari (quali ad esempio, il diritto di famiglia, la responsabilità professionale ecc.). Indipendentemente dalla specializzazione, ci sono comunque alcune generali regole di condotta che i mediatori debbono considerare, nel rispetto di  tre principali funzioni che istituzionalmente rivestono: servire da modello per la condotta dei nuovi mediatori, informare correttamente ed esaurientemente le parti, e promuovere la mediazione affinché diventi un metodo di  risoluzione delle controversie sempre più diffuso. I nuovi mediatori sono dunque chiamati ad affrontare molteplici sfide, eludendo le difficoltà che il più delle volte si presentano sul loro cammino. Tra di essi i più ricorrenti sono la tensione e la mancanza di fiducia nei propri mezzi. Quasi tutti i mediatori con poca pratica alle spalle sono tesi. Sviluppare la fiducia nelle capacità di mediazione richiede tempo e pratica. Un fattore importante per superare l’inevitabile stress è rappresentato dal raggiungimento della consapevolezza che non ogni mediazione può concludersi con l’happy ending. Del resto il mediatore esperto sa che il suo ruolo può essere importante  anche in quei contenziosi che non sono maturi per la soluzione definitiva, assistendo comunque le parti nella predisposizione di un processo che le metta in condizione di risolvere nel futuro il caso nel modo più rapido e vantaggioso possibile. E maggiore è l’esperienza,  e più si è fiduciosi nella propria capacità di aiutare le parti a comprendersi meglio l’una con l’altra, affinché collaborino nella direzione giusta che assicuri un accordo reciprocamente soddisfacente.
Un’altra difficoltà è costituita dalla ovvia esigenza di neutralità ed imparzialità, che implica l’abbandono di quelli che sono i pregiudizi personali e le impressioni che nonostante siano connaturate all’uomo, debbono in quella sede essere necessariamente messe da parte.  Al mediatore è dunque richiesto di ricordare che il suo istinto naturale o le proprie inclinazioni personali potrebbero portarlo a difendere le ragioni di una parte piuttosto che di un’altra, poiché individuarne l’esistenza costituisce il primo passo verso la loro neutralizzazione. Parallelamente all’attività di mediazione (e di risoluzione alternativa delle controversie in generale), il ruolo giocato dal mediatore continua a crescere e ad evolversi. Tuttavia l’esperienza insegna che se il raggiungimento di un buon accordo è strettamente correlato al sostanzioso apporto conferito da parte di chi dirige le operazioni, per cui al mediatore è richiesto lo studio e l’impiego di tutti gli strumenti in suo possesso, sotto tale profilo non può non considerarsi altrettanto decisivo il comportamento delle parti, affinché trasmettano al mediatore una sensazione di fiducia che possa permettergli di operare al meglio.

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