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20 febbraio 2005

L’opportunità  di non conciliare

di Viviana Clementel
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Esiste nell’ordinamento inglese un obbligo per le parti di conciliare?

Leggendo la sentenza Dunnett v. Railtrack, si dovrebbe rispondere affermativamente, tuttavia, scorrendo la decisione Halsey v. Milton Keynes NHS Trust, si potrebbe sostenere l’esatto contrario. Delle due, allora, qual è l’opinione corretta?

Nella sentenza Dunnett v. Railtrack, un contadino ha citato in giudizio la società  ferroviaria per la morte di tre cavalli di sua proprietà  uccisi da un treno in corsa.

Il giudice di primo grado ha invitato le parti a tentare una soluzione transattiva mediante conciliazione. La società  ha declinato l’invito, opponendo l’infondatezza delle pretese attoree e quindi la mancanza dei presupposti sui quali fondare una possibile transazione.

La Railtrack ha vinto la causa, ma ciò nonostante ha dovuto pagarsi le proprie spese legali. Questo perchè il rifiuto di aderire alla conciliazione ha convinto la corte a non applicare la regola della soccombenza, secondo cui chi perde la causa è condannato a pagare le spese legali anche della parte vittoriosa (CPR 44.3(2)(a)).

Con questa pronuncia, la corte ha voluto evidenziare l’importanza dell’utilizzo dei metodi stragiudiziali di risoluzione delle controversie anche in fase processuale, poichè le parti hanno il dovere di aiutare i giudici nel raggiungimento dell’ottimizzazione dei procedimenti giudiziari anche attraverso l’utilizzo di procedure alternative nella risoluzione delle controversie. Pertanto, il disertare l’invito alla conciliazione costituisce comportamento liberamente valutabile da parte del giudice nella ripartizione delle spese legali.

Nella sentenza Halsey v. Milton Keynes NHS Trust oggetto del contendere è l’accusa di negligenza professionale nei confronti di un medico. In primo grado viene emessa sentenza di non luogo a procedere. L’attrice propone appello, lamentando la mancata applicazione della regola della soccombenza, nonostante il convenuto, più volte sollecitato, avesse rifiutato di aderire ad una chiusura bonaria della controversia.

Quantunque riconosca il valore e l’importanza delle tecniche di ADR, la corte ritiene che imporre un soluzione conciliativa della controversia potrebbe rappresentare una violazione del diritto ad un equo processo, così come stabilito dall’articolo 6 della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo.

È pertanto onere del soccombente, prosegue la corte, dimostrare l’irragionevolezza del rifiuto di aderire alla conciliazione. Solo guardando al caso concreto, allora, è possibile stabilire se la parte ha agito in maniera ragionevole, per cui il giudice deve valutare la natura della controversia, se e come è stato esperito un tentativo di conciliazione, se l’utilizzo può comportare costi eccessivi e sproporzionati ed implicare ritardi nella soluzione della controversia e se vi siano ragionevoli possibilità  di successo.

Viste entrambe le pronunce è ora possibile rispondere al quesito iniziale.

Premesso che non esiste un obbligo nell’ordinamento inglese di esperire la conciliazione, come è stato affermato in Halsey, è viva la forte consapevolezza secondo cui le procedure ADR sono uno strumento utile e valido per l’amministrazione della giustizia e per il diritto del cittadino ad avere giustizia in tempi brevi e con il contenimento dei costi.

Viviana Clementel

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