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5 ottobre 2004

Le vibrazioni del conflitto

di Luigi Cominelli
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In un brillante sketch degli anni ’50, Sid Caesar and Nanette Fabray inscenavano una lite coniugale sulle note dell’Overture della quinta sinfonia di Beethoven. Le parole erano superflue, perchè la musica diceva agli spettatori tutto quello che serviva a seguire il diverbio e a commiserare la futilità  degli argomenti.

Nel mezzo di una conciliazione è facile osservare che anche le dispute più terra-terra hanno una sorta di sottile qualità  musicale. In primo luogo, c’è la musica “esplicita” delle parti, che si riflette nei contrasti tra il ritmo, il tono, l’inflessione e il timbro della voce. Ci sono gli assolo quando qualcuno si lancia in un’appassionata difesa, i duetti quando si discute e le dissonanze durante le contestazioni o quando uno interrompe l’altro. C’è un fortissimo, un pianissimo, un diminuendo e un crescendo che riflettono le fasi del dialogo tra le parti e che le trasportano dalla paura e dalla rabbia fino al perdono e alla riconciliazione.

In secondo luogo c’è il tono misurato, conciliante e amichevole del conciliatore che tenta di riavvicinare le parti. C’è il tono da soprano della ferita e della difficoltà , il tono baritonale dell’amarezza e dell’ingiustizia, il tono basso dello scoraggiamento e della depressione e il tono da tenore dell’ottimismo e della soluzione. In mezzo c’è il conciliatore, che tenta di orchestrare e armonizzare i diversi strumenti mescolandoli in un tutto armonico.

In terzo luogo, c’è il sintonizzarsi dell’ascoltatore alla musica che viene trasmessa dall’esperienza emozionale del narratore, che consente all’ascoltatore di rendersi empatico e di avvicinarsi all’esperienza dell’altro. Da lungo tempo si è riconosciuto che la musica stimola emozioni intense. Platone diffidava del potere emotivo di una musica sensuale, e la considerava sufficientemente pericolosa da giustificare la censura. Nietzsche descrisse la dicotomia tra Apollo e Dioniso nella musica, che rappresentava la forma e la razionalità  contro l’ebbrezza e l’estasi. Per Nietzsche la musica era l’arte sensuale e dionisiaca per eccellenza, e poteva essere utilizzata per descrivere tutte le emozioni per le quali le parole non possono bastare.

Queste brevi osservazioni ci aiutano a riconoscere che ogni emozione, ogni atteggiamento e ogni sfumatura del conflitto possiedono un marchio di frequenza e ampiezza, un ritmo unico che viene comunicato sia attraverso il tono e il ritmo della voce, sia attraverso le descrizioni verbali. Queste frequenze emotive uniche vengono comunicate anche attraverso il linguaggio del corpo e dei gesti, la scelta delle parole e la struttura narrativa delle storie dei conflitti. Il conciliatore o facilitatore che opera in questo scenario può essere considerato come il diapason, che accorda la conversazione su un tono o su un tema musicale con il quale egli chiede a tutte le parti di accordarsi e combinarsi quando possibile in una melodia armonica e corale.

Chiaramente, i diversi ritmi musicali evocano umori differenti. Ci sono ritmi controllati come le marce, ritmi di esplorazione come il jazz, ritmi tristi come il blues e ritmi di devozione come il gospel. Ogni stile musicale evoca un insieme diverso di emozioni, ricordi e risposte spirituali o energetiche. Quindi possiamo usare ritmi di dialogo che provochino tristezza, rabbia o paura. Ma possiamo anche contrastare questi ritmi cupi con ritmi più leggeri e spensierati che suggeriscano gioia, interesse o coraggio. Quali doti hanno queste “vibrazioni” che suggeriscono significati speciali? Cosa differenzia ad esempio le vibrazioni di una scusa sincera rispetto a una scusa fasulla? E come facciamo a riconoscere questa differenza?

Su tali questioni probabilmente decidiamo combinando informazioni sensoriali, spesso solo subliminali, che provengono da molte e diverse fonti. Tra esse potremmo citare l’inflessione, il linguaggio del corpo, il contatto visivo, i segnali sonori e altri segni che spesso sono troppo deboli per essere colti in maniera conscia, ma che sono comunque percepiti. Molto di quello che pensiamo, sentiamo e facciamo nel conflitto è radicato in questi messaggi microscopici, subliminali e quasi inconsci che spesso sono al di sotto del livello della consapevolezza.

Durante un esperimento, alcuni volontari hanno assistito a un video con immagini tranquille, interrotte da un incidente d’auto che produceva una caratteristica risposta di disagio nel cervello. Anche quando i ricercatori hanno aumentato la velocità  del video in modo che nessuno potesse percepire consciamente la sequenza dell’incidente, il cervello dei volontari rispondeva come se essi lo avessero visto.

Del resto, ci sono ritmo e ripetizione, eufonia e cacofonia sottilmente presenti in ogni conversazione anche nella vista, nel tatto, nell’odorato e nel gusto, e non solo nella musica. Sfortunatamente, spendiamo così tanto tempo ed energie per concentrarci sul significato letterale di quello che la gente dice, che perdiamo molto di quello che essi realmente intendono. Se ignorassimo le parole e ci concentrassimo invece sulle espressioni facciali, sul linguaggio del corpo, sul tono della voce e sui modi in cui le loro conversazioni ci influenzano, potremmo raggiungere un livello di comprensione molto maggiore. Sappiamo che la musica colpisce le persone in modi differenti, ma se questi effetti possono essere provati e incoraggiati, non possono essere previsti e calcolati. Per questa ragione non ha senso pensare al conflitto come a qualcosa che viene creato dagli altri senza la nostra attiva partecipazione.

Orchestrare le vibrazioni del conflitto

Se le nostre emozioni e il nostro umore possono essere in parte spiegati pensando a essi come a qualcosa di energetico che vibra (come può essere un’onda), dovremmo considerare come la nostra visione del conflitto e degli sforzi di risolverlo potrebbero diventare trattando il conflitto come una vibrazione o un’onda, invece che come qualcosa di statico.

Nella conciliazione può essere utile ad esempio ammettere che è quasi impossibile capire la posizione di qualcuno e allo stesso momento capire la forza con cui la sostiene. L’esperienza insegna anche che se qualcosa vibra o risuona, può essere trasformato in qualcosa di meno avversariale e distruttivo. È utile imparare che nella conciliazione non c’è un campo di riferimento fisso e predefinito per le percezioni delle parti, e quando è possibile sviluppare una comunicazione sincera, coloro che prima si consideravano combattenti ostili arrivano a riunirsi in una collaborazione nuova.

Adottare la metafora della vibrazione per il conflitto ci permette di sviluppare le nostre capacità  trattando le comunicazioni come se fossero onde e non qualcosa di fisso, e lavorando su quello che le compone a un livello più raffinato. Ad esempio, le onde sono caratterizzate dalla loro ampiezza e frequenza, e possono essere cancellate da altre onde identiche e opposte, o possono essere amplificate e incrementate aggiungendo onde di frequenza simile. Possiamo usare un tono di voce particolare per stimolare gli altri a incrementare la loro empatia, o a comunicare le emozioni a un livello di profonda autenticità , o a riconoscere la volontà  di arrivare a un accordo, o a lasciare uscire la tristezza e la rabbia. Tutto questo può essere fatto non semplicemente usando le parole che portano significati precisi, ma con il tono, l’intensità , la frequenza e la modulazione.

Possiamo stimolare la consapevolezza attraverso atti intenzionali e rituali come stringersi la mano, attraverso i movimenti del corpo o annuendo, attraverso il tono della voce o sospirando, attraverso frasi ripetitive o sintetizzando, attraverso la fissazione di scadenze o intervenendo nel procedimento, o semplicemente attraverso la qualità  “vibrazionale” di ciò che siamo o comunicando attraverso il nostro cuore e il nostro spirito. Ciascuno di questi strumenti, se utilizzato con la persona giusta nel momento giusto può creare un senso di connessione spirituale, sinergia relazionale, consonanza emozionale e vibrazione empatica senza la necessità  di parole.

Se consideriamo le emozioni come onde o vibrazioni, possiamo consciamente mitigare il conflitto abbassando o addolcendo il nostro tono di voce, rallentando il ritmo e la frequenza dei nostri commenti, diminuendo la nostra tonalità , utilizzando ripetutamente alcune espressioni modulate ed enfatizzando le vocali rispetto alle consonanti più aspre. Possiamo lasciare andare le emozioni represse piegandoci in avanti, annuendo ritmicamente e ripetitivamente, prendendo un respiro profondo e lasciandolo andare lentamente, usando gesti gentili senza toccare l’altra persona o usando un tocco gentile o una pacca per produrre un effetto calmante. Tutte queste “vibrazioni” si intersecano, interagiscono e dirigono l’attribuzione di senso svolta dall’ascoltatore.

A un livello più profondo, è possibile cambiare anche lo schema ritmico delle nostre parole. Possiamo alterare in maniera significativa quello che viene comunicato, ripetendo ad esempio frasi o parole chiave, rallentando o usando un enfasi ritmica, come era fatto con grande efficacia da Martin Luther King o dal presidente Kennedy. A un livello di approfondimento ancora maggiore, è possibile rendere la pace e la tranquillità  così potenti dentro di noi, che senza bisogno di interventi gli altri intuiscono senza problemi che è inutile comportarsi aggressivamente nei nostri confronti.

Per usare in questo modo le qualità  di vibrazione nella voce, nel linguaggio del corpo e nel ritmo per indurre un senso di fiducia e di tranquillità  nel procedimento, è possibile espandere la propria consapevolezza di quello che sta succedendo nel momento presente e non fissarsi sul passato o sul futuro, o preoccuparsi su quello che si dovrà  fare in seguito.

La frase che meglio descrive questo stato mentale è l’antica definizione Zen di “illuminazione”: essere pronti per qualsiasi cosa in ogni momento. Quando si è in questo stato anche gli altri possono diventare calmi senza sforzo. Nella realtà  il conflitto è in sè stesso caotico e dipende in maniera così sensibile dalle condizioni iniziali da risultare imprevedibile, rendendo impossibile la pianificazione preventiva di come rispondere. Nell’esperienza dei conciliatori i piani d’azione spesso non funzionano perchè non consentono di agire con naturalezza e secondo quello che le persone hanno appena detto o fatto. Quando invece è possibile sentire la vibrazione e la natura “a onda” di ciò che avviene in una conversazione ed essere completamente aperti, presenti e disponibili per qualsiasi cosa gli altri possano dire o fare, è possibile anche rispondere in modi creativi e non preventivabili, che sono molto più efficaci delle migliori strategie preventive. Questo non significa che le strategie o la pianificazione siano irrilevanti, ma semplicemente che devono essere considerate sempre provvisorie e subordinate all’esperienza.

Sono proprio i momenti di “conciliazione ispirata”, o di quella che viene definita talvolta “pazzia ispirata” a rappresentare una sorta di “mente periferica”, che come la “visione periferica” consiste nel prestare attenzione a quello che sta dietro rispetto a quello che è più evidente, e a dare credito alle proprie intuizioni. In questa condizione è possibile notare la sottile sfumatura di vibrazione tra la rabbia e il coinvolgimento, tra l’atteggiamento difensivo e il dolore e, dentro sè stessi, tra un giudizio e una consonanza empatica. L’intuizione non è infallibile, e per questa ragione non dovrebbe prendere la forma di una risposta, ma di una domanda che possa essere stata fatta da un bambino di tre anni. Se le mie intenzioni sono chiare e non ho preconcetti, non ho priorità  nascoste o non ho interessi inconfessati nella disputa, dovrei essere in grado di combinare innocenza e curiosità  con la schiettezza e l’onestà  in una semplice, disarmante e franca domanda che metta a nudo improvvisamente il nocciolo del conflitto.

Luigi Cominelli

 

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