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20 febbraio 2005

Le imprese indagate scelgono la conciliazione

di Veronica Alvisi
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Nell’esperienza nordamericana è ormai sempre più frequente che le società , specie quelle con un grosso giro d’affari, trovino conveniente ricorrere alla conciliazione nel caso in cui vengano sottoposte ad indagini da parte delle autorità  governative.

Il fenomeno, partito in sordina, è esploso con la conciliazione del caso Microsoft avvenuta qualche anno fa. Come è noto, la Microsoft nel 2001 riuscì, dopo quattro anni di contenzioso, a raggiungere un accordo col Dipartimento della Giustizia dell’amministrazione Bush sull’affaire antitrust. In quell’occasione fu lo stesso Ministro della Giustizia, Jhon Ascroft, a lodare l’intesa – confermata poi, per ragioni sostanzialmente simili, anche dal giudice federale di Washington – attribuendole il merito di riportare certezza e stabilità  in un settore vitale dell’economia.

In realtà , la stabilità  fu riportata, oltre che all’economia, anche alla stessa Microsoft, le cui azioni erano crollate vertiginosamente, dopo che – nel 2000 – il giudice Thomas Penfield Jackson aveva ordinato lo smembramento della società .

L’importanza della società  protagonista della vicenda e l’imperversare, nella realtà  economica statunitense, di un inquirente federale particolarmente temuto e fortemente avversato dalle associazioni imprenditoriali, tale Eliot Spitzer, ha indotto gli operatori economici e giuridici del settore commerciale a ripensare il ruolo dell’ADR nell’ambito dei procedimenti governativi, aumentando drasticamente il ricorso alla conciliazione anche a quei casi in cui la posizione giuridica dell’impresa risulti essere particolarmente forte.

Ciò di cui ci si è resi conto è che, per quanto le accuse rivolte ad un società  possano essere infondate, esse sono in grado di minare seriamente la fiducia del risparmiatore o dell’investitore medio, con ciò riducendo di molto la possibilità  per una società  sottoposta ad indagini di appellarsi al pubblico risparmio e conseguentemente, di finanziarsi. Le indagini governative possono rivelarsi dei veri e propri boomerang, perchè non solo, appena si diffonde la notizia, i prezzi delle partecipazioni alla società  indagata crollano invariabilmente, ma il clima di tensione ed incertezza che si diffonde tra i partners commerciali e tra gli stessi lavoratori impedisce di sfruttare le potenzialità  dell’azienda proprio in un momento in cui bisognerebbe poter contare su un suo ottimale funzionamento, tanto che, spesso, l’apertura di un procedimento a carico di una società  non è che il primo passo verso il suo fallimento.

Ciò si è visto anche di recente, con un caso cui le cronache d’oltreoceano hanno dato particolare rilievo. Quando, infatti, il famoso Spitzer, ha accusato la compagnia assicurativa Marsh & Mc Lennan di manipolare il mercato della domanda, facendo crollare le azioni della società  e costringendo l’amministratore delegato alle dimissioni, l’amministratore entrante, Michael Cherkasky, che aveva lavorato con Spitzer nell’ufficio del procuratore generale di New York negli anni ottanta, pur rigettando l’accusa, ha cominciato a dichiarare a tutti i giornali di essere pronto a conciliare ed ha imposto alla propria società  di non stipulare più nessuno dei c.d. contingency agreement, nonostante essi siano ormai considerati, nell’ambito delle assicurazioni alle imprese, pratica contrattuale standard.

Questo atteggiamento, che potrebbe apparire prono, è stato portato avanti già  da numerose società  e non deve stupire, anche alla luce di quanto detto sopra. Gli amministratori ed i loro legali, infatti, a differenza di quanto generalmente accade per i privati, sono ormai persuasi che una transazione raggiunta in tempi brevi possa rimetterli in pista più velocemente ed efficacemente che non la vittoria di una lunga controversia giudiziaria, magari dettagliatamente seguita dalla stampa.

Robert Juffra Junior, partner dello studio legale Sullivan & Cromwell, ha ultimamente ribadito come le società  vogliano a tutti i costi evitare di rimanere coinvolte in processi con le pubbliche amministrazioni o con le autorità  garanti. Anche le chance di vittoria sono elevate, è sempre preferibile percorrere la strada della conciliazione perchè, agli effetti pratici, le liti sono comunque mal viste in un’economia di libero mercato. Il parere è particolarmente qualificato, provenendo da quello stesso Giuffra che, nel 2002, riuscì ad ottenere che la propria cliente, la Computer Associates di Long Island, raggiungesse un accordo con l’ufficio del procuratore di Stato Roslynn Mauskopf’s, così evitando che la società  fosse incriminata per falso in bilancio. Ciò, comunque, non ha evitato che, al solo diffondersi della notizia dell’inizio delle indagini preliminari, le azioni della Computer Associates vedessero dimezzarsi, di colpo, il loro valore: la società  non ha, ancora oggi, ripianato completamente quella perdita.

Un caso simile fu condotto a transazione lo scorso giugno da un avvocato dello studio Swidler Berlin Shereff Friedman, Alan Levander, che difendeva un’altra società  di Long Island, la Symbol Technologies. Levander e Giuffra hanno efficacemente sottolineato come, in molti casi, la conciliazione possa convenire anche agli stessi legali, affermando di aver conciliato anche per evitare di fare la fine di Arthur Andersen, difensore di Enron, il cui studio legale non è sopravvissuto all’accusa, mossagli dal P.M. che si occupava del caso, di aver ostacolato la giustizia distruggendo, durante le indagini preliminari, e-mail e documenti idonei a fungere come mezzi di prova contro il suo cliente.

In definitiva il trend delle conciliazioni tra società  e governi, lungi dall’essere un fenomeno passeggero, si sta ormai affermando come il canale preferenziale per permettere ad una società  sotto accusa di continuare a lavorare in relativa tranquillità , evitando mali peggiori. E’ auspicabile che questa prassi si diffonda anche al di fuori degli States, essendo ormai appurato come essa rappresenti la via d’uscita economicamente più efficiente da una situazione che rischia di provocare l’empasse dell’intera attività  produttiva dell’impresa indagata. In tutti questi casi, il ruolo del conciliatore, quale terzo neutrale, risulta insostituibile nel permettere a parti – quella pubblica e quella privata – che ragionano secondo ottiche completamente diverse e che, per definizione tendono a fidarsi poco l’una dell’altra, di trovare un accordo equo e soddisfacente in tempi ragionevoli, così come, magistralmente, ha saputo fare il conciliatore Eric Green nel caso Microsoft.

Veronica Alvisi

 

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