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3 agosto 2011

La neutralità. Riflessioni psicodinamiche

di Giampaolo Muntoni
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  Desideri e conflitto. Quando riceviamo in mediazione delle persone in lite dovremmo sempre tener ben presente che noi li vediamo per la prima volta, ma in realtà entriamo in quel momento in una loro storia relazionale viva, più o meno lunga, che essi conoscono molto meglio di noi. E se sono giunti davanti a noi  è segno di molte cose, per esempio che: c’è stata un storia; la storia è giunta ad una impasse;  ci sono stati confronti su punti di vista in disaccordo; magari si è andati a consultare un legale e si è deciso di non lasciar cadere la questione; infine si è scelto di rivolgersi a noi per cercare una soluzione con l’aiuto di un terzo facilitatore di una negoziazione giunta fra loro a un punto morto. Quanto alle posizioni contrapposte, si potrebbe dire che una parte “desiderante” della personalità di ciascuno dei contendenti teme di subire, ha subìto o subisce, una frustrazione, una ferita che chiede a noi di prevenire o di sanare. Non per niente fra giuristi si parla tanto spesso di patologia del rapporto, appropriata metafora medica che evoca appunto anche quanto di sofferenza è insito sia nella malattia che nel conflitto giuridico. La pretesa insoddisfatta, il “desiderio” non riconosciuto e respinto, viene vissuta dal soggetto come una negazione di qualche cosa che a lui sta emotivamente a cuore e, al fondo, come una negazione che colpisce la propria identità globale costituita, appunto, anche dai desideri. In altre parole, è vero che il fatto che ci sia qualcuno che nega il piacere di un altro soggetto di veder soddisfatto il proprio desiderio è, da un punto di vista oggettivo, un aspetto dell’ineludibile e duro “principio di realtà”. Ma è altrettanto vero che, dal punto di vista soggettivo di chi subisce il rifiuto, ciò viene vissuto innanzitutto come una ferita narcisistica, per piccola o grande che sia nelle sue proporzioni reali. Accade così che il mediatore (in gergo, il “neutrale”) venga a trovarsi in mezzo a pulsioni contrastanti, ciascuna delle quali lo interpella e gli domanda di impegnarsi per trovare una soluzione che, da un lato, faccia cessare il conflitto ma, dall’altro, le garantisca la maggiore soddisfazione possibile del proprio desiderio. In una situazione di questo genere appare purtroppo illusoria la nostra giusta aspirazione deontologica a rimanere totalmente distaccati (terzi “neutrali”) rispetto a tale conflitto, come se davvero si potesse essere  “senza memoria e senza desideri”. Basta tener presente che il tema psichico del conflitto ci  riguarda nel profondo e ci coinvolge  tutti  e sempre pur con motivi, modalità, intensità ed esiti diversi. Tutti abbiamo esperienza di figure antagoniste simbolicamente tipizzate nella nostra psiche come il ladro e il derubato, l’oppressore e l’oppresso, il persecutore e il perseguitato, il carnefice e la vittima, e così via. E allora si comprende come sia nell’ordine delle cose che il conflitto della coppia di soggetti che abbiamo di fronte funzioni da specchio, da evocatore e catalizzatore di tematiche conflittuali già presenti in vario modo e grado in ciascuno di noi.

 Neutralità in crisi. Ci sono ancora irriducibili riluttanti ad ammetterlo, ma più di un secolo di psicoanalisi dovrebbe ormai averci dissolto l’illusione di poter rimanere indenni da nostre risonanze interiori al cospetto dell’emotività conflittuale delle parti che abbiamo dinanzi. E allora non dovrebbe nemmeno essere scandaloso avanzare l’ipotesi che a noi, in modo istintivo e magari fluttuante, possa capitare di sentire più “sim-patia” o “anti-patia” per una parte piuttosto che per l’altra. Se non partiamo da questa consapevolezza, e quindi da una diffidenza metodologica verso la nostra proclamata neutralità, rischiamo di essere poi giocati inconsciamente dalle nostre inclinazioni e quindi di non svolgere correttamente il nostro compito di mediatori “neutrali”. In altre parole, non avere attenzione a queste dinamiche emotive, dalle quali può derivare la nostra  inconscia “parzialità”, rischia di farci condurre un tentativo di conciliazione meno adeguato al nostro compito. E’ infatti evidente che, pur in buona fede e con la migliore volontà, mentre crederemo di operare per raggiungere una soluzione condivisa in realtà rischieremo di orientare la negoziazione con una possibile inclinazione preferenziale verso una delle parti.
Per esempio, pensiamo a un mediatore che per la sua storia personale tenda a identificarsi con il ruolo di vittima. Egli tenderà istintivamente a solidarizzare con la parte che, a torto o a ragione e magari solo grazie alla propria abilità mimetica, gli si presenterà appunto come vittima, affermando di aver subìto un torto, di vedersi negato qualcosa cui ha diritto. Per contro, l’altra parte può pure assumere a sua volta la veste di vittima, magari lamentando di essere oggetto di aggressione per una richiesta ingiusta o esprimendo delusione umana nel vedere mal ripagata la propria condotta corretta e benevola nel corso di quel rapporto di cui si discute davanti a noi.
Ma può pure capitare che una parte non ci si presenti affatto con l’atteggiamento psichico della “vittima”, del debole che chiede di ripristinare le sue ragioni. Magari si presenta e si esprime con uno spirito rivendicativo e battagliero che è più vicino all’atteggiamento del “carnefice”. La sua aspettativa verso il mediatore, in questo caso, glielo fa vivere non tanto quale Autorità-Padre saggio ma quale mero Strumento: quello che gli viene chiesto è semplicemente di fungere da giustiziere che riduca il più possibile le posizioni avversarie.
Da notare che questo atteggiamento aggressivo verso la controparte può anche indurre il mediatore non accorto ad una risposta di tipo reattivo per la quale automaticamente si rappresenta come vittima chi è il bersaglio dell’attacco. Pertanto potrebbe essere propenso a proteggerlo, indipendentemente da ragioni o torti, per il puro fatto della modalità aggressiva con la quale l’altra parte sostiene la propria pretesa contro di lui. Non essere consapevoli di come operino, non in astratto ma nell’esperienza vissuta, meccanismi psichici quali la rimozione, identificazione, proiezione e compensazione, è dunque assai rischioso perché può portare il mediatore, contrariamente al suo impegno fondamentale, a condotte meno serene, equilibrate ed efficienti.

 Teoria e vissuto. Quello che ho fatto è solo un piccolo accenno, tanto per attirare l’attenzione su alcuni degli elementi che sono in giuoco. In realtà la situazione è molto più complessa, anche già sul solo versante della personalità del mediatore. Basti pensare alla varietà di tipologie psicologiche, giudizi e pregiudizi morali, propensione per un approccio formalistico o contenutistico, inclinazioni personali, comprese quelle sessuali, di ciascuno di noi per renderci conto che la figura del mediatore neutrale, sereno, equilibrato, imparziale, è un ideale cui tendere, ma, dal momento che nessuno è una tabula rasa, purtroppo rimane una mera astrazione psicologica.
Le considerazioni precedenti possono sembrare scontate e banali, ma forse lo sono, per così dire, soltanto “a bocce ferme”. Infatti quando la partita inizia ad entrare nel vivo i problemi si presentano concretamente con le loro infinite, mobili e imprevedibili sfaccettature. È difficile allora, ma assolutamente necessario, tener presente ed accettare seriamente che noi non siamo soggetti del tutto indifferenti e neutrali ma siamo anche, nel senso in cui ne stiamo parlando, protagonisti come cripto-giocatori di quella partita che, si è detto, non mette in giuoco solo i contendenti nel negoziato. E così, avremo studiato le carte, ci saremo fatta un’idea dei punti a favore e a sfavore delle tesi sostenute da ciascuna parte, ci saremo fatti un’idea dei possibili sviluppi della trattativa, ci saremo anche fatta un’idea su un possibile punto di equo contemperamento delle posizioni contrapposte. Ma poi non poco si giocherà sulla base delle variabili personali delle parti e, lo sottolineo, sulla base delle nostre variabili personali.
Come ci muoveremo, nell’hic et nunc della trattativa, dentro questo triangolo che ha per vertici  noi e le parti in causa? Noi con il nostro potere di accettare o rifiutare loro, ma anche loro con il loro potere di accettare o rifiutare noi. E quanto le accettazioni e i rifiuti dell’altro e degli altri possono essere importanti e determinare le reazioni e le risposte di ciascuno dei partecipanti, mediatore compreso?

 Il giusto contatto. Quando il mediatore si trova di fronte alle parti il primo problema è quello di stabilire un contatto che dia “il tono” al rapporto professionale e personale. Ho sentito dire in un corso che  nei primi sette secondi si stabiliscono gli assetti psicodinamici di una relazione. Veramente sdrammatizzerei assiomi del genere: al di là del primo impatto le relazioni possono comunque essere dialetticamente rimodulate e rimesse a punto, almeno in una certa misura utile, anche durante lo svolgimento del rapporto.
Quanto all’atteggiamento verso il problema conflittuale di fondo tra le parti (l’oggetto della mediazione), direi, sempre a proposito di neutralità, che il mediatore deve cercare di tarare i rapporti nel dialogo mirando ad instaurare il giusto tipo di contatto con gli interlocutori. Riterrei che possa dirsi “giusto contatto” quello in cui il mediatore sappia spendere una sua partecipazione che gli permetta, da un lato, di immergersi nei problemi delle parti e, dall’altro, di evitare di finirne sommerso. Insomma, disporsi in una sorta di “attenzione e partecipazione fluttuante”, come fanno gli psicoanalisti, o, più prosaicamente, “con un piede dentro e uno fuori”, sembra l’atteggiamento più adatto per lavorare con equilibrio ed efficacia, accompagnando il rapporto fra le parti in modo che dialetticamente esso  riesca a  procedere e svilupparsi dal conflitto all’auspicato accordo.
Ad esempio, per stare in un “giusto contatto” rispetto alla frustrazione di una parte che si rivolge a lui con l’atteggiamento di chi chiede la riparazione di un torto subìto, il mediatore deve certamente saper ascoltare la parte sofferente e ferita di se stesso. Essa è quella che, attraverso l’empatia “analogica”, gli permette di entrare in contatto con la sofferenza dell’altro e comprenderla. Ma il mediatore accorto deve anche contemporaneamente conservarsi capace di riconoscere quale è la dinamica psichica propriamente sua e quindi saper tenere separata e distinta la propria sofferenza da quella dell’altro, senza “caderci dentro”. Cioè senza immedesimarsi in essa fino al punto di “agire” la propria sofferenza nel rapporto con l’altro, il che accadrebbe vivendo quella dell’altro come riattualizzazione di una ferita squisitamente propria. Si finirebbe così per compiere mosse discutibili perché ispirate dalla motivazione di riparare vissuti negativi propri anziché da quella di aiutare l’elaborazione del problema  altrui.

 I desideri del mediatore. Da quanto detto sopra possiamo comprendere che il modo in cui ogni mediatore conduce il tentativo di conciliazione deriva da una molteplicità di componenti. Tralascio qui altri aspetti e passo a considerare ancora due questioni di interesse psicologico: a) quale motivazione personale è presente nel mediatore che compie il tentativo; b) quale significato emotivo ha per lui il fatto che le parti si concilino.
Da questi due punti di vista il mediatore che tenta la conciliazione può agire sull’onda di varie motivazioni, spesso compresenti, per es. come queste:

– perché il raggiungimento dell’accordo può costituire un successo positivo per la sua autostima e la sua fama professionale;

– perché, per  una dinamica psichica  di identificazione o proiezione positiva verso una delle parti, sente che la conciliazione, quali che siano le ragioni giuridiche,  può meglio proteggere le ragioni umane di quella parte che gli sembra più da proteggere. E qui mi limito solo a rammentare i temi della ferita narcisistica, della frustrazione e del loro grado di elaborazione da parte del mediatore;

– perché comunque la patologia del rapporto fra le parti che si manifesta nel conflitto in atto costituisce un vulnus all’armoniosa coesistenza sociale delle persone.

Quest’ultimo caso è particolarmente delicato perché la penosità prodotta dalla “ferita sociale” (due persone che litigano) può entrare facilmente in risonanza con l’esperienza di sofferenza vissuta dal mediatore a causa dei suoi conflitti interni, elaborati nel modo e nella misura che ha potuto. Penso a esperienze di conflitto vissute a causa di proprie pulsioni psichiche contrastanti,  contrapposizioni con i genitori, litigi fra loro stessi e alla maturazione e capacità raggiunte e necessarie per poter “reggere” la penosità delle situazioni in cui la divaricazione e la tensione fra posizioni conflittuali non si ricompongono. In questa prospettiva il tentativo di conciliazione che il mediatore opera fra le parti della causa è contemporaneamente anche un’occasione per la rielaborazione dei propri temi conflittuali insieme ai personaggi che ha davanti sul palcoscenico del negoziato.
Un sintomo riferibile a questo coinvolgimento del mediatore rispetto alle sorti della negoziazione affiora in quel senso di sconforto e di frustrazione che può prenderci quando le parti non accolgono il nostro “desiderio” (complesso, come si è visto) che giungano a concludere un accordo e ricomporre la frattura. Di fronte al fallimento, temporaneo o definitivo, del tentativo di conciliazione è invece importantissimo rimanere lucidi  e riuscire a “mantenere i nervi saldi”. Infatti non di rado capita che la frustrazione nel vedere “rifiutato” e “fallito” il nostro impegno, dopo aver profuso tante energie, rischi di innescare nel mediatore una reazione difensiva di carattere aggressivo e oscuramente minaccioso-vendicativo poco appropriata e poco professionale.

Mi fermo qui per adesso. Ma spero che queste brevi note possano risultare utili a chi voglia riflettere sugli aspetti problematici e sui limiti che stanno intorno a quella dichiarazione circa la nostra neutralità che opportunamente dobbiamo fare all’inizio della prima seduta di mediazione. D’altro canto, la consapevolezza dei molti riflessi e rispecchiamenti che il tema del conflitto suscita nella psiche dello stesso mediatore mi sembra essenziale per uno svolgimento dell’incarico nel modo più “sgombro” possibile. Rimanere in contatto con questi problemi serve anche a una migliore “igiene psichica” per il mediatore. Altrimenti è molto probabile che, oltre a quanto si è detto sulla neutralità, il suo animo rimanga anche inconsciamente “infettato” e appesantito dalla esposizione alle intense vicende emotive che si sprigionano entro quei contenitori di passioni e tensioni che sono le sedute di mediazione e che, d’altra parte, ne costituiscono uno degli aspetti di più profondo fascino.

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