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5 ottobre 2004

La neutralità  del conciliatore

di Pierpaolo Mastromarini
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Recenti studi si sono occupati di analizzare il fondamento e la natura dell’obiettività  e della neutralità  degli uomini nella società , cercando di comprendere se tali caratteristiche si conciliano con alcuni comportamenti ritenuti perlomeno discutibili nell’adempimento dei doveri professionali di alcune persone in genere.

Ad esempio negli USA si sono verificati casi in cui di fronte a situazioni di ipotetici conflitti di interesse resi pubblici dai media locali, alcuni professionisti, pur giustificandosi platealmente hanno ritenuto il loro atteggiamento non confliggente con gli interessi sociali della carica da loro ricoperta. Il Giudice della Suprema Corte Antonin Scalia, ad esempio, si recò a caccia con il Vice Presidente Dick Cheney, durante il periodo in cui quest’ultimo era implicato in un caso dinnanzi alla Corte medesima.

Ricercatori della Stanford University hanno concluso che le persone nel loro agire, benchè nella maggior parte dei casi inconsapevolmente, hanno pregiudizi, preconcetti e simpatie che poi sono alla base delle loro decisioni.

Per l’appunto come possiamo allora credere che un conciliatore durante un procedimento di conciliazione sia sempre imparziale? Conseguenza è che la neutralità  non è insita nell’essere umano, ma può essere dominata e perseguita, come insegnano alcuni psicologi.

Solitamente si tende ad essere giudiziosi ed imparziali quando giudichiamo noi stessi, ma molto meno quando dobbiamo esprimere valutazioni sugli altri. In teoria dovremmo pensare che coloro che vivono intorno a noi siano onesti come noi, benchè questo modo di pensare è senz’altro distorto da nostre innate misure di difesa, interessi personali ed esperienze accumulate.

I conciliatori devono riconoscere di avere preconcetti, ognuno di noi ne ha, sebbene essi talvolta pensano di non doversene curare perchè in fondo non sono loro personalmente a dover prendere delle decisioni nella conciliazione. Questo è sostanzialmente sbagliato; infatti occorre imparare a riconoscere i pregiudizi e le prese di posizione per essere effettivamente neutrali. Così se qualcuno durante una conciliazione facesse presente al conciliatore che egli trae dei giudizi troppo affrettati, quest’ultimo dovrebbe fermarsi e riflettere al riguardo per comprendere se sia vero o no.

Il conciliatore non deve partecipare alla conciliazione come un giudice che valuta sostanzialmente le posizioni delle parti ed esprime un verdetto/giudizio complessivo; egli deve trattare le parti allo stesso modo e credere che entrambe siano nel giusto per aiutare a farle confrontare e a raggiungere un accordo vantaggioso per entrambe.

Talvolta il conciliatore potrebbe trovarsi di fronte alla situazione di forzare le parti a valutare le alternative al giudizio e a indurle ad analizzare il caso, evitando di prendere parte alla decisione finale, per non rivelare la sussistenza o meno di suoi preconcetti.

Naturalmente occorre tener presente che risulta comunque sempre più vantaggioso per le parti affrontare i pregiudizi di un conciliatore, rispetto a quelli di un tribunale, considerando anche i vari gradi del giudizio.

Il pregiudizio però può essere anche il frutto di un’innata discriminazione sessuale o razziale. Infatti dai casi esaminati da un professore della Golden Gate University School of Law, è risultato che le minoranze sessuali ed etniche hanno ottenuto sostanzialmente una percentuale di giudizi a loro favore pari al 17%, mentre i cittadini americani e le persone di sesso maschile che hanno intentato le medesime cause hanno avuto risultati vicini al 100%. Non si è arrivati a capire il motivo e la reale fondatezza di questi dati, ma quello che si è compreso è l’esistenza di un’mpia discriminazione della nostra società  nei confronti delle minoranze in genere.

Capire tutto questo, aiuta a comprendere che i preconcetti e i pregiudizi pur insiti in noi stessi se considerati in un’aula di tribunale potrebbero trasformarsi in una problematica insormontabile perchè sono propri di chi ci giudica, mentre se considerati nel corso di una conciliazione potrebbero essere gestibili.

I quest’ultimo caso infatti i pregiudizi sono quelli delle parti, le quali devono sempre partire dal presupposto che le loro idee e i loro modi di pensare dovranno comunque condurli alla risoluzione della controversia e quindi a transigere in ogni caso; invece l’atteggiamento del conciliatore dovrà  essere diverso, egli non dovrebbe entrare nelle decisioni e nelle discussioni tra le parti, cercando di rimanere distante pur intervenendo.

Pierpaolo Mastromarini

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