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20 febbraio 2005

La neuropsicologia del perdono

di Giovanni Loi
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La percezione di aver subito un’ingiustizia è composta da diversi fattori: la percezione di noi stessi, la capacità  di valutare la condotta degli altri come dannosa o vantaggiosa per se stessi e il ricordo dell’ingiustizia legato a colui che l’ha commessa.

La percezione di noi stessi ha origine nella parte della cognizione astratta situata nel lobo parietale inferiore del cervello. Il lobo parietale inferiore è ricco di connessioni con il sistema limbico, la parte primitiva del cervello coinvolta nel creare, esprimere e controllare le emozioni. Solitamente tendiamo ad avere una percezione di noi stessi più elevata di quella che abbiamo degli altri perchè, al di fuori del nostro sistema di autodifesa, siamo costretti a percepire, analizzare e valutare tutte le esperienze che ci riguardano. Nella prospettiva evolutiva, senza questa sensibilità , saremmo stati meno interessati a proteggere noi stessi e di conseguenza avremmo avuto minori probabilità  di sopravvivere alle insidie provenienti dall’ambiente esterno.

La seconda componente del concetto di giustizia deve rintracciarsi, invece, nella nozione di “appartenenza alla stessa specie”. Fondamentalmente, ci aspettiamo di essere trattati correttamente ed equamente da coloro che percepiamo come nostri simili (coloro che appunto appartengono alla nostra stessa specie).

Insieme all’ordine gerarchico, l’appartenenza alla stessa specie, è una delle principali forze psicosociali che creano la struttura, le relazioni ed i ruoli all’interno dei gruppi sociali. L’ordine gerarchico è verticale, mentre l’appartenenza alla specie è orizzontale. Entrambi sembrano essere presenti in diversa misura in ogni stabile gruppo sociale.

L’appartenenza alla specie si è probabilmente sviluppata nelle strutture del cervello che stanno a fondamento della capacità  di formare classi di gruppi con coloro che vengono percepiti come simili. L’appartenenza alla specie si afferma quando tutti i membri di uno stesso gruppo agiscono in modo da mantenere l’equilibrio sociale all’interno del gruppo.

In altri termini vi è una verifica continua, all’interno del gruppo, della correttezza e rispetto nei rapporti tra i suoi membri, e l’appartenenza alla stessa specie rappresenta un parametro di valutazione della condotta degli altri. Uno sviluppo all’interno della specie si riscontra nel momento in cui una gentilezza o un favore genera un desiderio di riconoscenza, mentre il desiderio di vendetta è fortemente legato all’autopreservazione, che tende a riequilibrare la posizione del singolo all’interno del gruppo, ma non apporta benefici alla costruzione del gruppo stesso.

La vendetta si fonda su un numero di strutture cerebrali collegate tra loro in una complessa rete di neuroni, ad esempio la lunga memoria ad essa correlata ha origine nel sistema mnemonico dell’ippocampo e dell’amigdala. La vendetta è poco controllabile da parte del cervello perchè ha origine nelle strutture primitive poste sotto la corteccia e non controllate dal pensiero razionale. Così, il sentimento di vendetta può facilmente passare da un’eccessiva volontà  di ritorsione ad una eccessiva valutazione di sè stessi.

Quando, al di là  della gravità  dell’ingiustizia, si è ossessionati dal sentimento di vendetta, si possono creare conflitti profondi ed ingestibili. In tali casi, l’autore del misfatto, che può percepire sè stesso quale oggetto di attacco, potrebbe a questo punto reagire con forza anche maggiore della persona offesa. Tale sistema neuropsicologico, se non controllato, può condurre al caos sociale. Così come, all’opposto, il perdono si è sviluppato come strumento per controllare tale escalation eliminando la bellicosità  in uno dei contendenti. Inoltre, il perdono ha l’effetto esclusivo di generare sentimenti di forte partecipazione emotiva nei confronti della vittima, da parte degli estranei al conflitto. Ciò può avere profonde conseguenze sociali.

In conclusione, se il desiderio di vendetta si è dimostrato essere un rilevante ostacolo al progresso di ogni gruppo sociale, non minor importanza deve riconoscersi alla applicazione di una pena, percepita come giusta ed equa dall’intero gruppo sociale, quando un membro di tale gruppo sia vittima di ingiustizia.

Pertanto il mantenimento della pace, all’interno ogni gruppo sociale evoluto, è il risultato del lungo processo di progresso che ha condotto a sostituire al concetto di vendetta quello di giustizia, un’evoluzione che rappresenta il progressivo abbandono delle risposte legate ai primitivi istinti di autodifesa a vantaggio del pensiero razionale su cui, almeno idealmente, si fondano le società  moderne.

Giovanni Loi

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