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2 dicembre 2015
Rapporto Banca Mondiale

Banca Mondiale: l’Italia è leader nell’accesso alla risoluzione stragiudiziale delle controversie

di Leonardo D'Urso
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Pochi giornali hanno riportato la notizia del peggioramento dell’Italia nel rapporto Doing Business 2016 pubblicato annualmente dalla Banca Mondiale, che confronta le norme di 189 paesi sulla facilità di “fare impresa”. L’Italia si posizione al 45° posto tra la Bielorussia e il Montenegro nella classifica generale (perdendo un posto rispetto al 2015) e peggiora in 7 indici sui 10 presi in considerazione, tra cui i più significativi Dealing with Construction Permits e Getting Credit. L’unico avanzamento viene registrato nell’indice Enforcing Contracts anche grazie al punteggio a pieni voti sull’accesso alle procedure di risoluzione alternative delle controversie (ADR -Alternative Dispute Resolution).

Metodologia utilizzata. Per non cadere nell’errore di pensare che la classifica viene redatta dai funzionari della Banca Mondiale, occorre chiarire la metodologia utilizzata. A dei professionisti locali viene chiesto di rispondere a questionari basati su 10 scenari uguali in tutto il mondo con cui una media impresa deve confrontarsi. Dai tempi e i costi per registrare una nuova azienda, a quelli per ottenere i permessi per costruire un capannone e per pagare le tasse (in Italia ci vogliono ben 269 ore all’anno per compilare i moduli per pagare le tasse!) fino a quelli per recuperare un credito commerciale per via giudiziaria e gestire un fallimento. Nel caso dell’Italia, i contributors dei vari indici sono stati complessivamente 187 tra i professionisti della società di consulenza PwC e dei più noti studi legali.

La nostra giustizia civile tra il Gambia e il Qatar. L’unico miglioramento significativo di 13 posizioni è registrato dall’indice Enforcing Contract, che misura la facilità di recuperare un credito commerciale per via giudiziaria, in cui l’Italia si posiziona al 111° posto rispetto al 124° posto dell’anno scorso (riclassificato secondo i nuovi criteri) sulle 189 nazioni prese in considerazione. Un risultato in chiaroscuro. Da un lato l’avanzamento rappresenta sicuramente un passo significativo nella giusta direzione soprattutto alla luce della perdita di posizione in tutti gli altri indici. Dall’altro se consideriamo che la Francia è al 12° posto, la Germania al 14°, la Gran Bretagna al 33°, la Spagna al 34°, il nostro 111° posto tra Gambia e Qatar è una ben magra consolazione. Dobbiamo ancora scalare quasi 100 posizioni per poter eguagliare la media europea.

Tempi ancora lunghi per le cause e costi legali alti. Per misurare l’indice Enforcing Contracts si ipotizza che una impresa italiana inizi un contenzioso presso il Tribunale di Roma per recuperare un credito contro un’altra impresa. Il giudice di primo grado dà ragione all’impresa attrice che però deve avviare una azione per l’esecuzione della sentenza. I 26 avvocati italiani che hanno partecipato a questo indice hanno stimato in oltre tre anni (1.120 giorni) la durata complessiva per il recupero del credito con un costo complessivo del 23,1% del valore in lite pari a € 11.973, di cui € 7.775 in costi per la parcella dell’avvocato (si consideri però che in caso di vittoria vengono quasi sempre recuperati con la condanna alle spese). Negli ultimi cinque anni, il miglioramento è stato constante ma non significativo.

Sopra la media l’indice italiano sulla Quality of judicial processes. È invece il terzo sub-indice sulla qualità della gestione delle procedure giudiziali, introdotto solo quest’anno (in sostituzione del numero di procedure necessarie utilizzato negli anni precedenti) in cui l’Italia con il punteggio di 13 su 18 si attesta sopra la media dei paesi Ocse (media di 11) e della Francia e Germania (di 12).

 

Fonte: L’Huffington Post

Leonardo D’Urso

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