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20 giugno 2009

L’evoluzione della professione del mediatore

di Enrico Maria Caroli
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Ricorre quest’anno il bicentenario dalla nascita di Darwin. La sua teoria dell’evoluzione delle specie ha influenzato tutte le scienze biologiche e nelle sue varianti è stata usata per spiegare l’evoluzione delle culture e delle società  o il progresso tecnologico. La stessa idea è stata applicata anche ai metodi di risoluzione delle controversie, che nel tempo si sono evoluti e affinati adattandosi al contesto sociale e culturale delle varie epoche storiche.
Come confermato dall’esperienza del celebre antropologo Robert Carniero, esperto e studioso di etnologia sudamericana trovatosi a vivere per lunghi periodi tra differenti tribù del bacino delle Amazzoni, un sistema rudimentale e piuttosto brutale di risoluzione delle controversie – quello che prevede l’utilizzo della clava – può funzionare solo in presenza di un gruppo molto ristretto di consociati, dal momento che gli eventuali soggetti dissenzienti potrebbero risolvere il conflitto semplicemente cambiando tribù.
L’esigenza di metodi diversi e più complessi è sorta progressivamente nel tempo. Quando le società  sono cresciute in complessità  e in numero, un valido sistema di risoluzione delle controversie capace di mantenere la pacifica convivenza ed assicurare il rispetto delle regole ha rappresentato un imperativo per una realtà  sempre più civilizzata ed industrializzata. Nella società  attuale i sistemi alternativi di risoluzione delle controversie rivelano la loro enorme potenzialità  e mostrano di poter giocare un ruolo fondamentale per lo sviluppo delle transazioni commerciali internazionali.
Nonostante la mediazione tragga le proprie origini nella cultura asiatica del Confucianesimo, la nascita del concetto moderno è senz’altro da ricondursi al 1976 quando il Chief Justice Warren Burger invitò ad Harvard il professor Frank Sander per il Roscoe Pound Congress, uno storico raduno di giuristi e studiosi in materia legale. Con il suo ” Perspectives on Justice in the Future”il professor Sander ha determinato un radicale cambiamento nel pensiero giuridico, sostenendo che i tribunali avrebbero dovuto rappresentare non più la tappa iniziale ed obbligatoria per la risoluzione di un conflitto, ma piuttosto un passaggio eventuale, da toccare solo successivamente aver tentato e considerato dei metodi alternativi per la sua risoluzione.
La mediazione, nel senso più moderno rappresenta quindi una tecnica piuttosto giovane (con solo 33 anni di età ), oltre agli Stati Uniti, ha trovato sinora terreno fertile soprattutto in Canada, Regno Unito e Olanda; mentre nelle altre nazioni è rimasta, se non del tutto sconosciuta, sottovalutata e poco promossa. Il che ha comportato una evidente discrepanza tra paesi ancorati alle lungaggini dei metodi tradizionali e paesi nei quali il ricorso ai sistemi alternativi è andato progressivamente sviluppandosi con evidenti benefici per tutto il sistema, dove una attenta attività  di
 formazione ha spinto i mediatori a migliorare la propria tecnica conciliativa. La domanda che ci si deve porre è se e in che modo la mediazione può prosperare altrove e soprattutto se può essere usata con successo nella risoluzione delle controversie trans-confinarie. Chi ha avuto esperienza in questo campo sa quale è il suo potenziale di crescita in una economia sempre più globalizzata e interconnessa ma allo stesso tempo sarebbe folle ignorare le sfide che si pongono davanti alla sua diffusione su una più larga scala. Attesi gli evidenti (ed indubbi) vantaggi in termini di tempi e costi, occorre allora chiedersi come mai la mediazione non abbia saputo trovare consensi a livello internazionale.
Il fatto che la mediazione sia diffusa per di più in paesi come gli Stati Uniti, l’Inghilterra e l’Australia può essere legata al fatto che in questi paesi il costo della litigation è molto alto e la ricerca di metodi alternativi è più pressante. Ma questa spiegazione non è totalmente soddisfacente. Il principale limite al diffondersi delle procedure alternative risiede soprattutto nella variabilità  nella qualità  dei servizi che vanno sotto il nome di “mediazione”nei diversi paesi in cui essa viene praticata. Condizione necessaria affinchè la mediazione possa estendere i propri confini è rappresentata quindi dalla presenza di mediatori in grado di assicurare alle parti una alta qualità  del servizio, in modo competente e professionale secondo un modello uniforme, che, lungi dal rimanere confinato all’interno della propria “tribù”, si presti ad essere esportato in altri paesi; il che dovrebbe far seriamente riflettere sulla opportunità  di istituire una figura professionale del mediatore, internazionalmente riconosciuta e accettata, attraverso l’istituzione di un albo che garantisca i valori di equilibrio ed imparzialità  ed al tempo stesso ispiri fiducia alle parti che devono affidargli il componimento della lite.
Cherles Darwin si è scontrato con un grande scetticismo nel proporre ciò che è stata chiamata una “idea pericolosa”, pericolosa perchè ha cambiato radicalmente il modo in cui noi umani abbiamo visto noi stessi e il nostro posto nell’universo. Allo stesso modo l’idea pericolosa che racchiude in sè la mediazione è la possibilità  di trasformare il mediatore in una professione credibile e autonoma che sfida l’idea comune di giustizia e a cosa un sistema giuridico può e dovrebbe provvedere.
Rimane auspicabile un’armonizzazione delle iniziative volte a incentivare il ricorso alle procedure alternative per non imbattersi nel rischio di avere un sistema giudiziario scollato dalla realtà  e che, in presenza di un mercato globalizzato e ricco di opportunità  commerciali, piuttosto che ottenere dei benefici, rischi di farsi trovare ancora con la clava in mano.
Da Can Mediation evolve into a Global Profession?
 Di Micheal McIlwrath
 

 

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