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28 giugno 2011

Il sapore dei soldi

di Giampaolo Muntoni
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 1. La psicoanalisi, a partire da tutto quello che Freud e seguaci ci hanno insegnato su fase anale, simboli, significati e via teorizzando, ci ha tanto reso consapevoli del fatto che i soldi stanno al posto di qualcos’altro che noi, a proposito di mediazione e conciliazione, continuiamo a dircelo e a ricordarlo agli allievi come un mantra. Ma c’è il rischio che un assunto del genere diventi uno stereotipo che, invece di aiutarci a capire, ci faccia talvolta perdere di vista il senso delle cose.
2. Mi spiego con un raccontino. Nella mia quarantennale esperienza di giudice del lavoro ho concluso molte migliaia di conciliazioni. Mi capita così, nel corso di conferenze o conversazioni, di citare l’una o l’altra secondo l’occasione. Ma c’è n’è una che, immancabilmente, non riesco mai a fare a meno di ricordare.
Dunque, una operaia aveva una vertenza davanti a me, dopo la fine del suo rapporto di lavoro, perché pretendeva dal titolare di una piccola impresa la somma complessiva di un paio di milioni di lire ancora dovutele, a suo dire, per spettanze salariali del tipo straordinari lavorati, indennità di turno, permessi retribuiti e così via. Il datore di lavoro, al contrario, sosteneva che ella non aveva più alcunché da pretendere. Fra le parti c’erano aggressività e durezza di approccio polemico, come può capitare nelle piccole imprese, dove il rapporto è più ravvicinato e dunque anche  le tensioni personali sono più sentite.
Dopo alcune fasi in seduta separata, nelle quali insieme ai difensori avevamo valutato i punti deboli delle rispettive posizioni, si era comunque faticosamente giunti ad un accordo di metodo: partendo da certe premesse più a favore della lavoratrice e da altre più a favore del datore, si sarebbero fatti i conseguenti calcoli e quel che ne sarebbe risultato, fosse quanto fosse, sarebbe stato pagato alla lavoratrice.
Ebbene, insieme si fanno tutti i calcoli con la solita macchinetta e sul display appare il totale: lire 1.002.000. Nessuna obiezione al calcolo, il datore tira fuori il libretto degli assegni – a dire il vero con la stessa felice disposizione di chi sta per farsi cavare un dente -,  chiede l’indicazione su a chi intestarlo e poi dice: “Bene, scrivo subito un milione”. “Eh, nossignore!”, scatta fulminea la lavoratrice, “mi spettano un milione e duemila lire”.

3. Non ci mancava che questa scintilla per fare riesplodere le ostilità che tanto faticosamente erano state messe da parte. L’imprenditore diceva che lei, intignandosi a pretendere anche le duemila lire, gli spiccioli, in realtà voleva soltanto cogliere un pretesto per infliggergli un’umiliazione. L’operaia, con risentimento non meno radicato, sosteneva che lui, il padrone, non poteva continuare a fare ancora una volta quello che gli pareva, infischiandosi del preciso impegno appena preso.
Ridotte all’osso queste erano le due posizioni in campo, ma non ci si può immaginare con quante varianti argomentative e con quale animosità erano sostenute. Il mare montava e mi era chiaro che la fragile navicella della conciliazione sarebbe presto finita sugli scogli schiantandosi. Così intervenni e, pensando che fosse più agevole ottenere dalla lavoratrice che lei mollasse sul tavolo quei due spiccioli anziché dal datore di lavoro lo sforzo di scrivere una parolina in più sull’assegno, per sdrammatizzare la tensione mi rivolsi a lei sorridendo: “Signora, dopo tutto si tratta appena del costo di un gelato…”. E lei, calmatasi (mi illudo, anche grazie al mio tono affabilmente comprensivo): “Ha ragione, Signor Giudice, ma perché questo gelato deve mangiarlo lui invece che io”? Rimanemmo tutti di stucco: l’osservazione non faceva una piega, ebbe un effetto genialmente spiazzante e ci lasciò senza parole. Chapeau! ci sussurrammo sottovoce con gli avvocati, sgomenti perché non sapevamo più cosa inventare per andare avanti.

4. Sospesi subito la seduta congiunta e mi dedicai a una lunga seduta separata nella quale parlai all’imprenditore che, pur essendo in realtà quello che violava i termini dell’accordo raggiunto, aveva tuttavia vissuto come impuntatura aggressiva e umiliante la pretesa della dipendente ed esprimeva una gran rabbia. Spiegai che il riferimento al gelato era il segno che lei si muoveva in una tensione positiva rivolta verso il gelato e non in una ottica negativa di vendetta contro il padrone e che dunque lo scopo della lavoratrice non era quello di poter umiliare lui ma di poter conseguire per sé un piccolo piacere della vita.
Insistei che lui non avrebbe certo perso la faccia per questa concessione e che anzi avrebbe potuto dare le duemila lire come segno della propria superiorità rispetto alla diatriba (me ne rendo conto, ma dovetti chiamare “concessione” il pagamento del “dovuto”, perché per lui psicologicamente era così e io da questo dovevo partire). Aggiunsi che, in fondo, se poi avesse pagato era perché era lui – che manteneva pur sempre anche la possibilità di rifiutarsi – a decidere liberamente di farlo, smettendo di rimanere imprigionato nella dinamica psichica della sua dipendenza dalla necessità di continuare a battersi contro la pignoleria di lei. Tutto questo facendogli sentire la mia empatica comprensione per la difficoltà emotiva che, dal suo punto di vista, stava vivendo (anche se per sua squisita responsabilità). Alla fine si convinse. Il tema del piegarsi a quello che viveva come un autentico ricatto – alla faccia dell’accordo! – piano piano risultò sufficientemente depotenziato e così finalmente la conciliazione fu firmata.

5. Cosa ci può dire di psicologico questa piccola storia? Ne propongo qui una morale consapevolmente parziale e provocatoria: certe volte il denaro è veramente soltanto denaro ed è meglio prenderlo come tale, lasciando perdere le elucubrazioni psicologiche. In altre parole, qui per la lavoratrice il denaro era riportato alla sua autentica funzione, quella di mezzo di scambio per ottenere dei beni e il suo desiderio era già rivolto direttamente a un certo bene concreto, di cui già si figurava il godimento, e non all’astratto denaro. Insomma, si possono lasciar perdere duemila lire ma non un bel gelato.
Sarebbe stato artificioso a questo punto esercitarsi in psicologismi su una posizione della lavoratrice che rispondeva pienamente a realismo e razionalità (dati i termini dell’accordo). Infatti ella non proponeva questioni di principio o di ripicche, che l’avrebbero tenuta ingaggiata in dinamiche psichiche di dipendenza dalla controparte, magari mascherando il bisogno di umiliare l’ex “padrone”. Questo doveva essere l’approccio che, secondo la routine,  ci aspettavamo di sentire io e gli avvocati. Da quella risposta, invece, rimanemmo così spiazzati perché lei ci cambiò radicalmente il tavolo di giuoco. Non faceva più questioni di principio (pacta sunt servanda) o di etica o di chi sa che di astratto: diceva semplicemente e terra terra che voleva godersi il suo sacrosanto gelato.
Fu questo “ancoraggio materiale” a far capire subito a tutti, datore escluso ovviamente, che il fatto che quel gelato fosse suo e non potesse più esserle sfilato era da considerare ormai  un punto concreto e acquisito del negoziato. La forza di questo vissuto libidico di lei aveva una evidenza che escludeva ogni possibilità di discussione. Con buona pace delle psicologizzazioni. Concludo però, a conforto degli psicologi, ricordando doverosamente anche il fatto che quella conciliazione non sarebbe mai riuscita senza il decisivo lavoro compiuto sulle motivazioni dell’imprenditore, sviluppando la elaborazione necessaria per portarlo a capire che quel gelato lo poteva anche dare di volontà sua, non perdendo la faccia ma vincendo l’accordo. Tanto che, dopo la firma, volle addirittura salutarmi separatamente per esprimermi la soddisfazione di essersi sentito umanamente e autenticamente ascoltato. In perfetta ortodossia: win to win. E sempre sia “buon gelato”.

commenti
  1. Roberta Calabrò
    15 luglio 2011 a 13:56 | #1

    Caro Giampaolo,
    racconto decisamente illuminante e istruttivo. Nella testa mi frulla solo un questito: se si fosse trasformato il bene conteso in un vero gelato (assegno di un milione più gelato “offerto” dal datore alla lavoratrice), come avrebbero reagito le parti? Il simbolismo avrebbe retto? La mia esperienza, d’accordo con la Tua analisi, mi suggerisce di si. Peccato non averci provato, sarebbe stata la prova provata, ne convieni?

  2. Andrea B.
    9 luglio 2011 a 11:13 | #2

    Un magistrato (ma non solo..) che concilia senza atteggiamenti competitivi (o autoritativi..) ma basando tutto sull’ascolto, la comprensione, l’elaborazione di criteri equi in base ai quali negoziare e l’empatia. Quante di queste “cose” si insegnano alla facoltà di giurisprudenza? Eppure se proprio il giudice non usa la legge, ma il dialogo, un motivo ci sarà!

    Quello riportato mi sembra davvero un perfetto esempio di mediazione ante litteram che mi fa pensare a quanto davvero sia efficace una comunicazione strategica, finalizzata cioè ad uno scopo: trasformare una richiesta (forse umiliante) e rigida in una sorta di gioco di potere. Per vincere tutti. Insieme.

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