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18 gennaio 2006

È possibile valutare la professionalità  dei conciliatori?

di Veronica Alvisi
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Perché la conciliazione sia efficace, è di fondamentale importanza che il conciliatore rispetti alcune fondamentali regole di comportamento. Mentre negli Stati Uniti molto è stato scritto e detto sul punto, in Italia la cultura della conciliazione è ancora poco diffusa. È utile illustrare alcuni dei più significativi indici di valutazione della professionalità del conciliatore.
1.  Preparazione sulla controversia
Uno dei vantaggi più significativi che la presenza del conciliatore porta all’interno della controversia è la capacità di aiutare le parti a superare le proprie incomprensioni passate e a focalizzarsi, anziché sul merito legale della vertenza, sui reali interessi personali e commerciali presenti e futuri. Tali interessi, una volta identificati, serviranno come base per la ricerca di un accordo. Perché il conciliatore possa riuscire in quest’opera “maieutica”, occorre che abbia studiato il caso e che sappia come indirizzare le parti coinvolte. Permane purtroppo il malvezzo di credere che basti qualche appunto sul fascicolo del procedimento, riletto in sede di conciliazione, per trovare soluzioni brillanti. Le parti hanno il diritto di aspettarsi che il conciliatore prenda sul serio il loro caso e lo studi in maniera approfondita.
 
2.     Flessibilità
Ogni professionista prima o poi tende a cadere nella trappola della routine, e a seguire sempre lo stesso iter per ogni caso. In generale questa non è mai una buona idea, ma nella conciliazione lo è ancora di meno. La conciliazione richiede per natura la massima flessibilità. Il conciliatore, lungi dall’attaccarsi a formalismi di vario genere, deve riuscire ad adattare il proprio comportamento all’ambiente che incontra, al clima che si respira nei rapporti tra le parti e al tipo di controversia.
3.     Capacità di riconoscere i punti di forza delle parti
La grande forza della conciliazione sta in questo, che la soluzione del caso è decisa dalle parti stesse. Esse hanno però bisogno dell’intervento di un terzo per superare le difficoltà di relazionarsi. Questo non deve portare il conciliatore ad assumersi da solo la responsabilità dell’intera questione. È importante, anzi, che egli sia in grado di individuare e valorizzare gli apporti che le persone coinvolte possono dare al buon esito della conciliazione, quali i consigli degli avvocati, il parere degli esperti, fino al talento negoziale che le parti stesse possono dimostrare.
4.     Proattività
Talvolta i conciliatori vengono accusati di essere troppo passivi, talvolta di essere troppo pressanti. È di vitale importanza che il conciliatore sappia trovare un equilibrio ragionevole tra questi due poli. Le parti e i loro avvocati non devono percepire il conciliatore né come una presenza invadente, né come qualcuno che entra nel merito della questione con giudizi personali. Allo stesso tempo, è necessario che non si sentano abbandonati al loro destino da un conciliatore passivo. Durante la conciliazione il conciliatore deve essere attivo (rectius: proattivo). È per questo che viene richiesto il suo intervento: per la capacità professionale di gestirlo. Un buon conciliatore in genere non valuta di sua iniziativa un caso: aiuta le parti a rivalutarlo autonomamente.
 
5.     Neutralità
Le parti hanno diritto di aspettarsi che un conciliatore professionista le tratti equamente e con pari rispetto. Deve però essere chiaro che un trattamento equo non significa un trattamento identico. Nei colloqui privati può rendersi necessario essere più energici con una delle due parti. Può capitare che una parte non abbia una visione realistica della situazione, e bisognerà farglielo presente. Il conciliatore non decide nulla in merito alla controversia o ai possibili esiti della conciliazione, ma ha il preciso dovere di cercare di portare le parti ad un accordo e, se questo non è possibile, di lasciarle con una visione più chiara della situazione. Per ottenere questo risultato, solitamente è necessario adottare approcci differenti con ciascuna delle parti, proprio perché esse sono persone diverse con bisogni e obiettivi distinti.
Veronica Alvisi
Da “When the going gets tough… Do’s and don’ts for mediators”, Karl Mackie
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