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20 febbraio 2005

Conciliazione e Pubblica Amministrazione: una collaborazione vincente

di Andrea Buti
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Fermi restando i limiti che incontrano anche i privati al momento di stipulare una transazione e partendo dal presupposto per cui la conciliazione è possibile solo su diritti disponibili, occorre verificare l’eventuale responsabilità  del preposto dalla PA derivante dall’aver raggiunto una transazione, invece di attendere l’esito di un’ordinaria causa giudiziale.

La legge sancisce difatti che: “La responsabilità  dei soggetti sottoposti alla giurisdizione della Corte dei Conti in materia di contabilità  pubblica è personale e limitata ai fatti ed alle omissioni commessi con dolo o colpa grave, ferma restando l’insindacabilità  nel merito delle scelte discrezionali[1].

Dunque, dal dato normativo è desumibile che se ci sarà  responsabilità , questa ricorrerà  solo quando la transazione è stata fatta in danno della PA con dolo o colpa grave. Pertanto, nel caso in cui sia dimostrabile la bontà  della scelta, non sarà  rilevabile alcun tipo di responsabilità  in capo al preposto della PA.

Questa tesi è avvalorata dal Consiglio di Stato secondo cui: “illegittimamente il Coreco annulla la deliberazione comunale di approvazione della transazione alla quale il Consiglio comunale dichiara di voler addivenire e che avrebbe potuto costituire valido titolo di conciliazione giudiziale dinanzi al pretore, presso il quale era in corso una vertenza, in relazione alle prestazioni lavorative effettuate a contratto, per determinate ore giornaliere, in regime incontestato di locatio operis, che non possono rimanere senza retribuzione, a prescindere dai profili di eventuale responsabilità  amministrativa e contabile degli amministratori locali, poichè lo strumento transattivo costituisce in tal caso l’unica soluzione idonea a risolvere il contenzioso in atto a disposizione dell’ente locale“(Consiglio Stato, sez. V, 25 giugno 2002, n. 3436).

A rafforzare la posizione del Consiglio di Stato soccorre la giurisprudenza della Corte dei Conti: “Costituisce atto che esprime discrezionalità  di merito ed è, comunque, esente da colpa grave, la stipula di una transazione effettuata dal direttore amministrativo di un’università  su conforme parere dell’Avvocatura dello Stato”.(Corte Conti, sez. II, 26 giugno 2002, n. 212/A).

La stessa giurisprudenza di Cassazione a Sezioni Unite, riconosce espressamente che ” la Corte dei conti, nella sua qualità  di giudice contabile, può e deve verificare la compatibilità  delle scelte amministrative con i fini pubblici dell’ente pubblico; ma, per non travalicare i limiti esterni del suo potere giurisdizionale, una volta accertata tale compatibilità , non può estendere il suo sindacato all’articolazione concreta e minuta dell’iniziativa intrapresa dal pubblico amministratore, la quale rientra nell’ambito di quelle scelte discrezionali di cui la legge stabilisce l’insindacabilità , e può dare rilievo alla non adeguatezza di mezzi prescelti dal pubblico amministratore solo nell’ipotesi di assoluta ed incontrovertibile estraneità  dei mezzi stessi rispetto ai fini“(cfr., da ultimo, Cass. Civ. Sez. Unite 6.5.2003, n. 6851).

La giurisprudenza del Consiglio di Stato, d’altronde, ammette la possibilità  di sindacare la scelta discrezionale, “solo ove questa presenti palesi errori di fatto, aspetti di manifesta irrazionalità  ovvero evidenti contraddizioni logiche“(cfr. Cons. Stato Sez. IVa 30.7.2003, n. 4409, Sez. Va 26.1.2000, n. 345 e Sez. IVa 20.10.1997, n. 1715).

Non solo, ma di fronte ad accuse di resistenza velleitaria in giudizio (altresì conosciuta come lite temeraria) la stessa Corte dei Conti riconosce “che la temerarietà  della lite deve essere ravvisata nella coscienza dell’infondatezza della domanda o nel difetto della normale diligenza per l’acquisizione di detta coscienza e la relativa responsabilità  è da ritenere sussistente qualora per colpa consistita nella mancanza di normale prudenza nel prevedere l’esito della lite, venga posta in essere una condotta processuale avventata e priva di giustificazione“(Corte dei Conti Sentenza n. 938/2004 del 19 luglio 2004 – Sezione giurisdizionale Veneto).

Quali saranno allora le valutazioni della PA per decidere correttamente se optare o meno per il metodo conciliativo?

La risposta è presto data: si dovrà  valutare se la scelta della transazione è:
1) di merito ossia discrezionale e, dunque, insindacabile;
2) non irragionevole, irrazionale o illogica;
3) non estranea alle finalità  e metodologie istituzionali, dirette o indirette, dell’ente pubblico;
4) supportata da adeguate e oggettive valutazioni tecnico-giuridiche (che possono benissimo mancare in capo ad organi di governo in senso ampio) o da pareri (sia interni, come le funzioni consultive che l’art. 97 del T.U. degli enti locali attribuisce al segretario comunale, che esterni, come quelli resi dal legale che assista l’amministrazione).

Entro questi limiti e con la dovuta cautela, dunque, è possibile utilizzare la conciliazione anche da parte della PA.

Andrea Buti

 



[1] Art. dall’art. 3, comma 1
°, punto 1, lett. a) del d.l. 23 ottobre 1996 n. 543, coordinato con la legge di conversione 20 dicembre 1996 n. 639, recante “disposizioni urgenti in materia di ordinamento della Corte dei Conti”, di modifica dell’art. 1, comma 1, della legge 14 gennaio 1994, n. 20.

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