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20 ottobre 2009

Bravi conciliatori non si nasce, ma si può diventare

di Enrico Maria Caroli
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Noi proviamo quello che decidiamo di provare. E’ questo, senza dubbio, il significato più forte e, per certi versi, rivoluzionario insito nel concetto di “Intelligenza Emotiva”. Sebbene, infatti, la maggior parte di noi pensi che sia impossibile decidere quali sentimenti provare in una data situazione, in realtà  le emozioni che accompagnano ogni nostra azione quotidiana sono frutto di una nostra precisa scelta. Daniel Goleman nel suo best seller Emotional Intelligence: Why It Can Matter More Than IQ definisce l’intelligenza emotiva come la capacità  di creare relazioni ideali con se stessi e con gli altri. Una capacità , questa, che si sostanzia nel prendere consapevolezza ed imparare a gestire le proprie emozioni nonchè nel pervenire ad una consapevolezza sociale e a una migliore gestione delle relazioni interpersonali.

Tale abilità  risulta particolarmente cruciale nel corso di una conciliazione, laddove il buon andamento dipende spesso da una corretta valutazione dello stato emozionale dei partecipanti. Il conflitto, infatti, sorge più da uno squilibrio emozionale che da un effettivo problema senza soluzione. Un buon conciliatore deve conoscere le proprie emozioni, sapere quali sono i propri punti di forza e di debolezza. Conoscersi a fondo è indispensabile per gestire se stessi e i propri sentimenti, per imparare a controllarsi, a mantenere la calma in momenti di forte stress ed essere in grado di adattarsi alla situazione adottando un atteggiamento aperto.

Dalla consapevolezza di sè occorre poi passare alla consapevolezza sociale, all’empatia, ovvero la capacità  di comprendere i sentimenti degli altri. L’obiettivo del conciliatore è riuscire a gestire la negoziazione creando, per l’appunto, una risonanza emotiva. Il che si sostanzia nella disponibilità  ad offrire la propria attenzione all’interlocutore, mettendo da parte i propri pensieri e le esigenze personali. La qualità  della relazione interpersonale si basa, infatti, sull’ascolto non valutativo e si concentra sulla comprensione dei sentimenti e dei bisogni fondamentali dell’altro. Del resto occorre sottolineare come la mediazione sia finalizzata essenzialmente al raggiungimento della migliore soluzione possibile per le parti tenendo in considerazione tutti gli interessi in gioco più che a rappresentare una mera declamazione di vincitori e sconfitti.

Nel libro Emotional Intelligence, Goleman illustra come “mettersi nei panni dell’altro”per capire cosa pensa e per cercare di intuire le eventuali reazioni al fine di raggiungere in breve tempo decisioni vantaggiose. Empatizzare significa porsi nell’ottica altrui per risolvere la conflittualità , senza attivare quelle emozioni negative, quali rabbia, ira e aggressività , rimanendo pertanto a contatto con il proprio mondo emozionale e utilizzandolo per interagire con la realtà  circostante.

Quando l’attività  del soggetto viene valutata con riferimento alla capacità  interattiva si parla di intelligenza sociale, la quale ricomprende al suo interno due fondamentali capacità : la consapevolezza sociale e l’abilità  sociale. La prima consiste nella capacità  di capire gli altri, di percepire con esattezza i loro sentimenti attraverso l’empatia, di individuare il modo in cui interagiscono tra di loro e i relativi legami che li uniscono. Dall’altro, c’è la capacità  di sfruttare in maniera efficace le conoscenze acquisite, attraverso una serie di interazioni positive. Non sempre consapevolezza e abilità  sociale vanno di pari passo. L’abilità  sociale, infatti, prevede una serie di regole ben precise: mostrare sollecitudine per i bisogni dell’altro entrando in sincronia con l’ascoltatore (capire il suo stato d’animo e percepire le sue esigenze), presentare sè stessi in maniera soddisfacente in modo da essere a propria volta capiti o visti in buona luce; in generale si tratta di influenzare l’interazione sociale a proprio favore.

Se è vero, dunque, che percepiamo ogni situazione in base al sentimento che con cui ci approcciamo ad essa e se è altresì vero che tale sentimento è frutto di una nostra scelta, è allora necessario che il conciliatore indirizzi le parti a riflettere sulle loro emozioni. L’intelligenza emotiva, secondo quanto teorizzato dal suo inventore, dipende solamente in parte dal patrimonio genetico dell’individuo. Bravi conciliatori non si nasce, ma si diventa attraverso un adeguato allenamento teso a saper riconoscere i sentimenti propri e quelli degli altri e ad orientarli in maniera costruttiva. E se la normale intelligenza tende a diminuire con gli anni, l’intelligenza emotiva può cambiare in meglio durante tutta la vita.

Da “Emotional Intelligence in Mediation”di Trip Barthel, in mediate.com

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