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20 febbraio 2008

ADR sulla scena internazionale

di Veronica Alvisi
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Negli Stati Uniti la conciliazione si è dimostrata fin dagli anni ’70 uno strumento di risoluzione delle controversie ambientali molto efficace, in quanto capace di generare esiti meno costosi e più equi. A livello internazionale, i casi di controversie ambientali sottoposte a procedimenti tradizionali sono pochissimi. Questo dato è più che comprensibile se si pensa che le corti sovranazionali non dispongono di un apparato processuale esecutivo, e che pertanto la forza delle loro decisioni dipende dal livello di cooperazione e di consenso che i singoli stati sovrani decidono di accordare a questi organismi.


 

Nonostante il ruolo marginale della giustizia latu sensu istituzionale (o forse proprio per questo), all’interno dei trattati e delle convenzioni internazionali in materia, cominciano ad essere introdotti meccanismi che permettono alle parti di accedere a una qualche forma di conciliazione.


 


 
Il ricorso alla conciliazione in ambito internazionale è di particolare utilità , oltre che per i ben noti aspetti di abbattimento di tempi e costi rispetto ad un procedimento tradizionale, anche per il dato, ormai assodato, che l’effettivo adempimento delle parti ad un accordo voluto da loro è, statisticamente, di gran lunga più frequente rispetto all’ottemperanza ad un ordine proveniente da un’autorità .


 

Questo fatto rappresenta un significativo punto a favore dell’ADR in un contesto in cui la possibilità  di ottenere un’esecuzione forzata delle decisioni dei giudici è particolarmente dispendioso e difficile, quando non del tutto utopico. Non per niente, è proprio a livello internazionale che, storicamente, la figura del conciliatore fa la sua comparsa, in qualità  di rappresentante di uno stato terzo chiamato a risolvere i conflitti politici sorti tra altri stati (ruolo oggi assolto istituzionalmente dall’ONU o da altre organizzazioni sovranazionali).


 

Inoltre, quando parti del procedimento di risoluzione delle controversie sono entità  nazionali, l’ADR permette di trovare una soluzione ai conflitti senza doversi rivolgere ad un tribunale straniero, cioè senza abdicare alla propria sovranità .


 


 
Dei 150 trattati internazionali al momento censiti in materia ambientale, ben 10 prevedono il ricorso alla conciliazione. Benchè non ci sia mai l’obbligo di raggiungere un accordo, nella maggior parte dei casi il procedimento è visto come una fase preliminare, e spesso necessaria, della complessiva procedura designata dal singolo trattato per arrivare alla risoluzione della controversia.


 

Tra l’altro, è importante sottolineare come fino a qualche anno fa, a livello internazionale, la neutralità  del conciliatore non fosse un dato acquisito come è invece nei rapporti tra privati. Oggi la tendenza è nel senso di valorizzare sempre più la neutralità  come un valore da perseguire, oltre che dare una veste formale e professionalizzante alla figura del conciliatore. Questi dati potrebbero essere idonei a modificare, a posteriori, gli intendimenti e, potenzialmente, lo stesso ambito di applicazione dei trattati più risalenti che contengano clausole di ADR.

 

Il ricorso alla conciliazione in materia ambientale è aumentato significativamente anche a livello nazionale. Nel 2001 si è svolto il primo Simposio europeo sulla Conciliazione Ambientale. Israele ha avviato un programma di conciliazione ambientale che si avvale tanto di conciliatori israeliani quanto di conciliatori palestinesi.

 

Nel 1998, sotto la Presidenza Clinton, il Congresso degli Stati Uniti ha emanato l’Environmental Policy and Conflict Resolution Act, con il quale è stato creato l’Istituto per la Risoluzione delle Controversie Ambientali. Può darsi che questi passi, compiuti a livello di macro e micro aree geografiche, preludano a un maggiore impiego della conciliazione sulla scena internazionale.
 

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