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5 ottobre 2004

A lezione dal “negoziatore dell’anno”

di Luigi Cominelli
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Stuart Eizenstat è stato di recente nominato “negoziatore dell’anno” durante una cerimonia tenuta presso il Program on Negotiation della Harvard Law School.

Nato nel 1943 a Chicago e laureato con il massimo dei voti in scienze politiche all’Università  della North Carolina, Eizenstat si è successivamente specializzato in legge proprio ad Harvard. Come ambasciatore degli Stati Uniti presso l’Unione Europea, Eizenstat ha sviluppato una nuova “agenda translatlantica” per rafforzare i legami tra America ed Europa.

Tra i negoziati diplomatici più rilevanti condotti da Eizenstat, possiamo ricordare quelli che hanno riguardato le sanzioni imposte dagli Stati Uniti nei confronti di Cuba, Libia e Iran, nonchè la guida della delegazione americana durante la Conferenza sul Clima di Kyoto.
Tuttavia, il ruolo più importante è quello che ha rivestito durante i negoziati con diverse banche svizzere, e con i governi e numerose aziende di Germania, Austria e Francia, riguardo ai compensi reclamati dagli eredi delle vittime dell’olocausto, che persero i loro depositi bancari durante la guerra, e da coloro che durante il conflitto furono obbligati a lavorare come schiavi nelle industrie della Germania nazista e dei paesi occupati.

La storia di Estelle Sapir è solo una tra le migliaia. Estelle aveva quattordici anni quando la Germania nazista invase la Polonia. Estelle viveva a Varsavia in una ricca famiglia ebrea, che subito scappò nel sud della Francia. I Sapir però non riuscirono a sfuggire alle persecuzioni naziste. Il padre di Estelle le aveva confidato che la famiglia aveva un grosso conto in Svizzera, e le aveva fatto memorizzare il luogo e i numeri di riferimento del conto. Egli tuttavia fu deportato nel campo di sterminio di Majdanek, in Polonia, e di lì non fece più ritorno.
Quando Estelle nel 1946 si recò presso il Credit Suisse di Ginevra, le venne richiesto un certificato di morte del padre, cosa che nei campi di sterminio non veniva rilasciata molto spesso. Nonostante tutti i tentativi compiuti nell’arco di 50 anni, Estelle non riuscì più a rintracciare il conto di suo padre.

Queste sono le situazioni che hanno spinto Eizenstat a parlare del “lavoro incompiuto della seconda guerra mondiale”. Nella prima fase del negoziato con le banche svizzere, Eizenstat ha agito come negoziatore per conto del governo degli Stati Uniti, interessato a sostenere i diritti di molti fra i suoi cittadini. A questo interesse naturalmente si contrappose l’interesse a mantenere buone relazioni economiche e diplomatiche con l’Europa. La sua attività  si estese presto alla questione del lavoro forzato, delle proprietà  e delle opere d’arte confiscate e delle polizze assicurative non pagate da Germania, Austria e Francia.

Alla fine della sua opera, Eizenstat concluse una serie di negoziati che hanno portato a diversi accordi di conciliazione per un ammontare complessivo di 8 miliardi di dollari a favore delle vittime del nazismo. Solo per la parte relativa alle banche svizzere venne concordato un risarcimento complessivo di 1,25 miliardi di dollari, assicurando la restituzione di oltre 20.000 conti correnti.

Che cosa ha reso possibile tutto questo? Anzitutto, la fine della guerra fredda ha creato un clima favorevole alle indagini nell’Europa dell’Est e molti dei superstiti stavano invecchiando e cercavano un tipo di giustizia celere per quello che avevano perso. In questo nuovo contesto, il governo americano si era impegnato a sostenere gli sforzi per portare alla luce le responsabilità  di quei governi e di quei soggetti privati che fino a quel momento non avevano ancora risposto pienamente dei propri errori.

Il resoconto degli sforzi di Eizenstat ha dato vita a un libro appassionante: Imperfect Justice: Looted Assets, Slave Labor, and the Unfinished Business of World War II (Public Affairs, 2003).

L’ambasciatore Eizenstat sarà  tra i relatori del prossima edizione dell’ABA Section of Dispute Resolution Annual Conference, il più importante convegno al mondo in materia di ADR, cui per il quarto anno consecutivo è stato invitato Giuseppe De Palo, vice-presidente di ADR Center, a trattare il tema degli sviluppi dell’ADR in Italia ed in Europa.

Il caso delle banche svizzere

Le prime ricerche sul campo hanno mostrato fin da subito che molte banche svizzere non solo si sono rifiutate di restituire i depositi bancari ai sopravvissuti dell’olocausto e ai loro parenti, ma anche che durante il conflitto esse si erano comportate sostanzialmente come “banchieri di Hitler”, fornendo ai nazisti valuta forte in cambio dell’oro confiscato alle banche centrali dei paesi occupati e ai cittadini ebrei, e poi fuso in lingotti con la scritta Reichsbank.
Negli anni immediatamente successivi alla fine della guerra, la Svizzera restituì solo una frazione di questi beni.

Mentre la Svizzera aveva acconsentito a creare una commissione interna di indagine (commissione Volcker), nel 1996 diversi team di avvocati americani hanno iniziato a promuovere delle cause collettive (class actions) contro tre delle più grandi banche svizzere: il Credit Suisse, la Union Bank of Switzerland e la Swiss Bank Corporation. L’oggetto di queste cause andava ben oltre le competenze della commissione Volcker, riguardando anche il problema dell’appropriazione dei beni e dei profitti derivati dall’utilizzo del lavoro forzato.

Con l’avvio di queste cause, i negoziati condotti da Eizenstat si sono notevolmente complicati, anche perchè il fronte delle vittime non era per niente unito. Fin dall’inizio della prima causa, e sino al round negoziale finale, gli avvocati delle vittime e le banche hanno combattuto in sostanza una guerra sui numeri.

L’assegnazione delle cause al giudice Korman della Corte Federale di Brooklyn ha rappresentato una svolta. Nella prima udienza Korman ha messo tutte le parti di fronte ai punti deboli delle loro posizioni, inducendole a considerare la possibilità  di una conciliazione stragiudiziale. Ha inoltre tergiversato sull’eccezione di incompetenza sollevata dalle banche svizzere, mettendo quindi le parti in una situazione di incertezza.
La situazione delle banche svizzere era inoltre complicata dal rischio che alcuni fondi pensione importanti, quale quello della Città  di New York, sull’onda dell’emozione per le scoperte dell’inchiesta ritirassero i loro ingenti investimenti.

L’incarico di conciliatore nella questione è stato prontamente affidato a Eizenstat, anche per la grande stima guadagnatasi come negoziatore sulla questione. Il suo intervento ha rappresentato per certi versi un evento eccezionale. L’intervento di un funzionario di alto livello del governo degli Stati Uniti a supporto di soggetti privati coinvolti in una disputa non aveva precedenti nella storia diplomatica statunitense. La situazione era resa ancora più complicata e inconsueta dal rifiuto del governo svizzero di partecipare al procedimento, motivato dalla convinzione che la questione avrebbe dovuto essere lasciata interamente alle parti. La posizione di Eizenstat era quindi difficile, poichè il suo ruolo difficilmente avrebbe potuto essere percepito come interamente neutrale, visto che aveva agito in parte anche su incarico del governo statunitense, a tutela di interessi dei cittadini statunitensi e di altri sopravvissuti dell’olocausto.

Il primo passo di Eizenstat è consistito nel portare le parti a concordare una struttura per il negoziato. Quest’ultimo si sarebbe diviso in due parti: una prima parte basata sull’inchiesta della commissione Volcker riguardante i conti in banca scomparsi. Su questo aspetto, le banche avevano accettato di restituire i conti individuati dalla commissione, oltre gli interessi.
La seconda parte prevedeva che si trovasse un modo per offrire ristoro anche agli altri problemi, come le proprietà  confiscate e il lavoro forzato, con una compensazione definita di “giustizia grezza o approssimativa”.

In verità , il concetto di “giustizia approssimativa” si riferisce più all’aspetto politico della negoziazione che non al suo livello giuridico, anche perchè sarebbe stato molto difficile ricondurre in maniera precisa le proprietà  confiscate e i profitti derivanti dal lavoro forzato a ciascuna delle tre banche coinvolte. La cifra alla fine non sarebbe stata determinata da un calcolo obiettivo, quanto da una dura contrattazione.

Eizenstat ha condotto nove incontri di conciliazione fra l’aprile e il giugno del 1998. Visti i sentimenti di acrimonia maturati fra le parti nei precedenti due anni, Eizenstat decise di tenere dei colloqui separati. In sostanza egli fa da intermediario tra le parti, che vengono tenute in stanze separate.

La descrizione che Eizenstat ci ha dato del negoziato è vivida: “un incontro di boxe, con molti round ma poche regole (e non certo le regole del fair-play), colpi bassi e insulti da entrambe le parti”. Ci vogliono mesi per passare dall’incontro di apertura a quello di chiusura.
Alla fine è necessario un nuovo intervento del giudice Korman. Il giudice interviene nel 1998 dal punto in cui si è interrotto il negoziato di Eizenstat. Le indagini della commissione Volcker avevano rivelato molti più conti fantasma di quanti le banche si sarebbero aspettati, e a questo punto diveniva per loro conveniente includere la questione nell’accordo finale.

La stima di “giustizia approssimativa” aveva natura puramente politica, e “la pressione esterna e l’intervento del governo statunitense avevano compensato le lacune legali delle argomentazioni”. Come in seguito ha affermato anche Korman, la questione si sarebbe dovuta affrontare con un accordo tra i governi.

I negoziati svolti in seguito con i tedeschi, gli austriaci e i francesi si sono rivelati più semplici proprio per la disponibilità  dei rispettivi governi a partecipare ai negoziati. Nel caso delle banche svizzere, invece, l’ostacolo è stato superato grazie alla proposta di Eizenstat di combinare i risultati dell’indagine della commissione Volcker con una stima di “giustizia approssimativa”.

Alla fine del 2002 furono presentate oltre 30.000 domande nei confronti delle banche svizzere. I primi 250 reclami accettati hanno portato alle famiglie delle vittime in media 93.000 dollari a testa. Ma a dimostrazione di quanto la giustizia possa essere imperfetta, Greta Beer, una delle persone che ha dato inizio a tutto questo, ha ricevuto solo 510 dollari.

Luigi Cominelli

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