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20 dicembre 2004

Una corte californiana insiste per la tutela della confidenzialità 

di Redazione MondoADR
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La Southern California Mediation Association, a seguito di una recente decisione della Corte Suprema della California che ha esplicitamente esteso la confidenzialità  della conciliazione anche al materiale probatorio risultante dal procedimento, è in attesa di ottenere una modifica a livello legislativo della attuale regolamentazione del procedimento di conciliazione in merito alle comunicazioni ed alla rilevanza della confidenzialità  delle prove.

Jeff Kichaven, presidente dell’associazione, ha affermato che l’associazione intende riunire un gruppo di lavoro al fine di presentare una proposta di mutamento della vigente legge in tema di confidenzialità . Kichaven rileva, in particolare, che il gruppo di lavoro farà  riferimento ad una serie di problematiche relative alla confidenzialità  nella conciliazione connesse alla recente decisione della corte e che l’associazione spera di ottenere in questo modo un provvedimento legislativo che possa essere emanato nel corso della prossima sessione di produzione legislativa.

Il gruppo di lavoro sarà  composto da rappresentanti di diverse associazioni, quali la Consumer Attorneys of California e la Association of Southern California Defense Counsel, nonchè dal professor Russell Korobkin, della UCLA School of Law e Frederick F. Mumm, avvocato della Davis Wright Tremaine LLP di Los Angeles.

Il provvedimento che ha dato spunto alla iniziativa della SMCA riguardava il caso Genoveva Rojas et al. v. Los Angeles Superior Court (n. S111585, del 12 luglio, 2004), in cui la Suprema Corte stabilì che le fotografie ed il materiale probatorio predisposto e utilizzato durante la conciliazione non avrebbe potuto essere utilizzato in alcun successivo giudizio ai sensi delle disposizioni in materia di prove vigenti in California.

La corte ha inoltre enfatizzato il fatto che, ad oggi, la confidenzialità  delle prove non è stata ancora prevista a livello legislativo, non essendo cioè configurata come una “giusta causa”di eccezione alle regole generali sulla ammissione delle prove.

Kichaven ha rilevato, peraltro, che la regolamentazione della confidenzialità  nella conciliazione necessita di essere contemperata con l’esame di alcune problematiche ad essa strettamente connesse, che sono state esposte e condivise da esperti conciliatori ed avvocati durante la preparazione e la redazione della proposta di legge.

L’obiettivo è stato, in particolare, quello di comprendere come tale proposta possa contribuire a migliorare l’amministrazione della giustizia e a migliorare la qualità  della conciliazione. Nel caso di una rigida applicazione in concreto delle regole di confidenzialità  nella conciliazione, infatti, se un avvocato dovesse comportarsi in modo illecito (ad es. negligentemente o in maniera contraria alla deontologia) durante la conciliazione stessa, il comitato disciplinare non potrebbe giudicare questo comportamento ai fini di una sanzione disciplinare, proprio a causa della riservatezza che coprirebbe tutte le comunicazioni rese durante la conciliazione. Ciò pregiudicherebbe la possibilità , per chi ha subito eventuali danni a seguito di tale comportamento, di poter far valere i propri diritti. Tali aspetti dovranno quindi essere presi in considerazione al fine di garantire un equo contemperamento dei diversi interessi.

Ancora secondo Kichaven, potenziali ulteriori problematiche potrebbero sorgere in relazione al comportamento negligente del conciliatore. Ad esempio, anche nel caso in cui il conciliatore agisse in violazione delle regole professionali, il tribunale non avrebbe modo di valutare e giudicare un simile comportamento, perchè protetto dalla confidenzialità  del procedimento.

Una ulteriore circostanza da tenere in considerazione riguarda il settore delle assicurazioni. Nei casi in cui sono coinvolte le agenzie di assicurazione spesso capita, infatti, che l’assicuratore minacci o induca una parte a non utilizzare i fondi dell’assicurazione, e ad utilizzare i fondi propri. Tale atteggiamento intimidatorio posto in essere in mala fede non potrebbe essere reso noto nel futuro giudizio perchè protetto da confidenzialità  in un eventuale procedimento di conciliazione.

Questa, come innumerevoli situazioni analoghe potrebbero, rappresentare quindi un forte disincentivo al ricorso al procedimento di conciliazione con il rischio di non ricevere adeguata protezione sia in caso di comportamenti posti in essere in violazione delle regole di deontologia forense che in caso di comportamento negligente da parte del conciliatore. Ancora, si incorrerebbe nel rischio di non potersi tutelare da eventuali comportamenti fraudolenti di una delle parti (come ad esempio il caso delle assicurazioni). La mancata regolamentazione di questi ulteriori aspetti potrebbe quindi essere un deterrente per lo sviluppo della conciliazione e dovrà , pertanto, essere attentamente valutato per un effettivo miglioramento dell’intero procedimento.

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